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lunedì 8 giugno 2015

... e cadde come corpo morto cade!






I Malespini furono una ricca e aristocratica famiglia fiorentina, molto potente all'epoca di Dante Alighieri, ma la loro stella fulgida cominciò a sbiadire all'inizio del Quattrocento, pur non scomparendo mai del tutto nel firmamento illustre della città. Abitavano in via Vacchereccia, in alte case torri di fazione ghibellina, ora purtroppo distrutte sia per antico odio di stampo politico che per l'ammodernamento della via, più volte rimaneggiata nei secoli. Fra questi "doviziosi e nobilissimi Marchesi", ci racconta il Lasca in una delle sue novelle, ci fu un tale Pancrazio che si trovò, suo malgrado, protagonista di un'avventura al limite dell'incredibile. Il gentiluomo aveva un'amante segreta che abitava a Ricorboli, vicino a San Niccolò. I loro incontri avvenivano solo di notte perché nulla si doveva sapere di quella tresca e il Marchese pagava fior di quattrini i guardiani delle porte perché lo facessero rientrare in città senza dare nell'occhio ad alcuno. Una volta, quando ancora mancava un'ora alle prime luci dell'alba, Pancrazio se ne tornava a casa camminando velocemente per far prima. Giunto vicino al Prato della Giustizia, oggi piazza Piave, dove venivano eseguite le condanne a morte, gli sembrò di vedere dei corpi penzolare dalle forche. Eppure era certo che quei  disgraziati non ci dovevano essere più, l'aveva visto lui stesso il pomeriggio mentre calavano i cadaveri giù dalle funi. 
Allora pensò che fossero degli spettri di anime dannate e profondamente sconvolto, tentò di fuggire, ma rimase impietrito dal gracchiare di una voce che cantilenava "Aspetta, aspetta, ora tocca anche a te!". Mentre raccoglieva le ultime forze per non svenire, vide una nera figura minacciosa scendere dal patibolo e dirigersi verso di lui. Fu un colpo troppo grave per il suo debole cuore e stramazzò a terra, vinto dal terrore. Ma il sinistro carnefice altri non era che la Biliorsa, una povera pazza ricordata anche da Dino Compagni nella sua "Cronica". La donna, girovagando al buio com'era suo costume, aveva raccolto in un campo una decina di grosse zucche che aveva deciso di impiccare per il lungo picciolo, facendo sia la parte del boia che quella del monaco consolatore. Vedendo arrivare Pancrazio, la Biliorsa progettò di fargli fare la stessa fine delle zucche  ma lui, sul più bello, si era accasciato al suolo senza dir parola. Cercò allora di trascinarlo sul patibolo per passargli la corda intorno al collo, ma, vedendo che l'impresa era troppo ardua, abbandonò il suo nuovo passatempo per andare "dove la guidava la sua pazzia"

Frattanto si fece giorno e dei lavoratori, vedendo quel corpo inanimato, lo credettero morto stecchito, così chiamarono subito i becchini che lo trasportarono nella chiesa della Compagnia de' Neri e lo adagiarono in una bara aperta che era lì per caso. Il medico chiamato a constatare l'avvenuto decesso, si accorse invece, fra lo stupore di parenti e curiosi, che Pancrazio era ancora vivo e tanto bene applicò la sua arte che il malato guarì, ma rimase per sempre "tutto spellato e senza un pelo" per la grande paura che gli aveva gelato il sangue nelle vene.

lunedì 30 marzo 2015

Le due facce dell'ariete



Il Ponte a Santa Trinita è uno dei più bei ponti di Firenze e, a detta di molti storici dell'arte, uno dei più eleganti e originali d'Europa. Fu costruito, in legno, nel 1252 su commissione dei Frescobaldi ma ebbe vita breve: nel 1259 il gran peso della folla che vi si era assiepata per assistere ad uno spettacolo sull'Arno, lo fece crollare miseramente con grande fragore. Ricostruito successivamente in pietra, fu tribolato nei secoli da tantissime alluvioni che, di volta in volta, lo spazzarono via. Nel 1567, per volere di Cosimo I, Bartolomeo Ammannati costrui finalmente un'opera solida ma leggiadra, su disegno di Michelangelo: una linea modernissima ed audace con tre snelle arcate in pietra arenaria dal tipico colore giallo brunato che si sorreggevano su pile dotate di rostri che, fendendo l'acqua, le proteggevano dal materiale portato dalle alluvioni. 
 

A completare la magnificenza del nuovo ponte furono posti due grandi, bianchi cartigli in marmo sugli archi centrali, sormonti da due teste di arieti, finemente scolpite. Ma, se a prima vista possono sembrare identici, i due fieri animali hanno espressioni totalmente diverse: il caprone che guarda verso il Ponte Vecchio ha un cipiglio truce e preoccupato, sicuramente per l'arrivo delle piene che giungono da monte e possono portare grandi disgrazie alla città;

l'altra capra, quella a valle, è invece molto più serena, come fosse sollevata e confortata dallo scorrere del fiume ormai passato senza recare sciagure. 




Inutile sporgersi dalle spallette per vedere il sorriso dell'uno e il broncio dell'altro perché i musi sono rivolti completamente verso l'acqua e gli unici che possono incrociare il loro sguardo sono i canottieri  e i renaioli che, silenziosamente, solcano il quieto Arno d'argento.




 

martedì 2 dicembre 2014

Un affresco in Piazza della Calza... anzi due!




Piazza della Calza vista attraverso la Porta Romana
La piazza

Piazza della Calza è un piccolo gioiello dell'Oltrarno fiorentino, racchiuso dalla maestosa mole di Porta Romana. 



Pianta del Buonsignori con il Convento degli Ingesuati
La sua storia ha origini assai remote: nel Trecento vi si trovava l'Oratorio di San Niccolò con annesso un "ospitaletto" per i pellegrini che giungevano da Siena, poi il Monastero femminile di San Giovannino e infine, nel 1500, il convento dei Frati Ingesuati. Questi particolari religiosi, famosi per la lavorazione delle vetrate istoriate, indossavano un abito con un cappuccio così allungato da meritare l'appellativo di "frati della calza", denominazione che passò poi anche alla chiesa e al convento. Nel 1616, il Granduca Cosimo II, commissionò al pittore Giovanni Mannozzi, più noto come Giovanni da San Giovanni, un grandioso affresco per adornare la facciata della casa cantoniera fra via dei Serragli e via Romana, proprio davanti alla Porta. Il dipinto, che raffigurava l'Allegoria di Firenze, signora della Toscana, era veramente bello, ben studiato in ogni suo minimo particolare e nella composizione scenica ma, ahimè, non altrettanto nella scelta dei materiali, visto che doveva resistere al sole e alle intemperie. Infatti l'intonaco cedette rapidamente: i frammenti ancora integri furono staccati e conservati nei magazzini della Soprintendenza alle Gallerie, mentre la maggior parte dell'opera fu perduta definitivamente. 

Incisione che riproduce il disegno preparatorio dell'affresco del Mannozzi

La parete rimase così nuda e disadorna per molti anni finché, nel 1954, l'allora sindaco di Firenze, Piero Bargellini, bandì un concorso a tema sulla vita di Firenze per far eseguire un nuovo affresco che doveva sostituire quello seicentesco. La gara fu vinta da Mario Romoli, un artista originale e controverso che si esprimeva con un linguaggio figurativo molto vicino a quello di Picasso e Rouault. L'aderenza al soggetto proposto da La Pira, fu interpretato dal Romoli con la raffigurazione di personaggi illustri della Firenze antica - Dante, Giotto, Masaccio, Paolo Uccello, Lorenzo il Magnifico, Paolo Dal Pozzo Toscanelli, Giovanni dalle Bande Nere, Francesco Ferrucci - che osservano attentamente il lavoro dei maestri contemporanei - Rosai, Papini e, fra gli altri, lo stesso Romoli al cavalletto - in un ideale incontro fra passato e presente. Al centro, San Giovanni Battista e la Vergine Annunziata con il simbolo di Cristo. 





L'inaugurazione dell'affresco avvenne, non senza polemiche e dissensi da parte di molti artisti e letterati, il 10 gennaio 1955  e per l'occasione fu murato in una nicchia un contenitore con foto della Firenze di allora, documenti inerenti il concorso ed un messaggio dedicato ai posteri.

martedì 25 novembre 2014

Il Serraglio di Boboli

Nel 1677 il Granduca Cosimo III fece costruire un originale serraglio nel Giardino di Boboli dove furono collocati "rarissimi Animali condotti dalle più remote Regioni....  tanto Volatili, che Quadrupedi racchiusi in diversi spartimenti, e recinti, separati gl'uni dagl'altri, come pure in uno di questi molti di essi animali già morti, quali seccati, e ripieni, appariscono nell'istessa forma, come se vivi fossero". Luogo di curiosità e diletto, il piccolo zoo era una tappa obbligata durante le feste e le passeggiate, ma anche un privilegiato luogo di studio per scienziati come Francesco Redi e per artisti del calibro di Bartolomeo Bimbi e Andrea Scacciati, importanti pittori di natura morta di età tardobarocca. 



Gli animali  esotici, che provenivano da ogni parte del mondo, erano stati appositamente catturati per il serraglio oppure ricevuti in dono da sovrani di paesi lontani: uccelli d'ogni tipo in eleganti voliere, cicogne, struzzi, pappagalli, "granbestie feroci" come leoni, puma, linci e ghepardi, insieme a cervi, gazzelle, fagiani, "cani di  Spagna", scorpioni e serpenti. C'era anche una "Stanza delle Scimmie" dove i buffi animaletti affascinavano i visitatori con i loro abili equilibrismi e  furbe moine per avere uno spicchio di mela  o un biscotto. Risale al 1655 l'arrivo di un "giovine" elefante africano femmina che doveva deliziare gli spettatori con "varii giuochi" ma che purtroppo morì quasi subito per indigestione e scarso movimento. Un'altra straordinaria  presenza  fu un massiccio ippopotamo,  forse arrivato in dono dal Viceré d'Egitto, oppure, come sembrano più verosimilmente dimostrare altri fonti storiche, già presente in Boboli fin dal 1677 per il volere di Cosimo III, letteralmente innamorato della sua collezione di animali rari. Leggenda vuole che Pippo - così veniva affettuosamente chiamato - abbia sguazzato per lungo tempo in una grande vasca del giardino, incatenato in cattività, come tristemente testimonia l'impronta di una robusta corda sul suo collo. Quando morì fu consegnato ad un imbalsamatore perché ne tramandasse ai posteri l'immagine, ma il tassidermista di corte probabilmente non era all'altezza della situazione: ricucì alla bell'e meglio la pelle intorno ad una colata di gesso che simulava la forma originale, si arrangiò nella ricostruzione degli arti e dipinse di rosso acceso la bocca spalancata nella quale spiccavano i temibili denti.




Il "giardino bizarro" continuò ad arricchirsi di nuovi esemplari finché nel 1772, con l'avvento dei Lorena, gli animali furono in parte trasferiti a Pratolino, altri alla menagerie del Belvedere di Vienna ed altri ancora soppressi e destinati al Museo di Storia Naturale della Specola. Nel 1785, il Granduca Leopoldo si disfece definitivamente del bel serraglio e dette ordine a Zanobi del Rosso di trasformare il locale in un raffinato tepidario per gli agrumi che durante l'estate adornano la fontana dell'Isolotto.










martedì 2 settembre 2014

Lo stracotto alla fiorentina



Lo stracotto alla fiorentina è un piatto semplice da preparare, ma di tutto rispetto. La sua doppia funzione,  di secondo  e di sugo per condire la pasta, risolve in un solo attimo un intero pranzo! Tutto il segreto per la buona riuscita del piatto sta nella cottura che deve essere lenta e moderata e nel vino rosso, un buon Chianti forte e corposo. Sarebbe ottimale un tegame di coccio, ma si può fare anche con una semplice casseruola che regga bene il fuoco... 
Prima della scoperta dell'America, quando il pomodoro era ancora un esimio sconosciuto, lo stracotto veniva cucinato con l'agresto, una conserva semiliquida a base di mosto d’uva dal tipico sapore acidulo.


Ingredienti per 6/8 persone

Un chilo di magro di vitellone

sedano, carote, cipolla

100 grammi di carnesecca

olio extra vergine 

poca farina

1 bicchiere colmo di vino rosso 

1 litro di brodo 

polpa di pomodoro

sale e pepe


Tagliare a piccoli pezzi tutte le verdure e la carnesecca e farli soffriggere nell'olio già caldo. Quando avranno preso un leggero color nocciola, aggiungere la carne e farla rosolare bene da ogni lato, evitando però che imbrunisca troppo, altrimenti diventerà dura e stopposa. Versare il vino fin quasi a farlo evaporare. Solo allora, spruzzare  il vitellone di farina e coprirlo con la polpa di pomodoro, tirandolo a cottura con il brodo, via via che il liquido diminuisce. Sorvegliare bene lo stracotto perché in un attimo può ridursi il sugo e far bruciare tutto! Ci vorranno dalle due alle tre ore di cottura, quindi pazienza e perseveranza! Ricordarsi di non salare troppo perché alla base c'è il brodo che è già abbastanza saporito di suo ed è sempre meglio aggiustare di sale dopo che dover buttare via tutto poi!
L'Artusi definisce lo stracotto "un companatico" che, letteralmente significa "da mangiare con il pane": e chi resiste, alla fine, a non raccattare tutto quel buon sugo con due belle fette di pane toscano?





lunedì 4 agosto 2014

Chirurgia plastica nel Rinascimento




Il David, sicuramente uno dei simboli fiorentini più conosciuti in tutto il mondo, fu realizzato dal Buonarroti fra il 1501 e il 1504, dopo mesi di fatiche e di difficoltà di ogni genere. Il candido blocco di marmo era infatti fragilissimo e costellato da numerose fenditure che rendevano pressoché impossibile una buona riuscita. Altri due valenti scultori , Agostino di Duccio e Bernardo Rossellino, si erano cimentati nell'ardua impresa, ma avevano ben presto abbandonato il progetto, sentendosi frenati dalla cattiva qualità della pietra e dalla sua forma troppo slanciata. La sfida fu invece raccolta dall'allora venticinquenne Michelangelo che, sfruttando i primitivi abbozzi fatti dagli altri scultori,  riuscì a liberare dal marmo una delle più belle figure giovanili che si fossero mai viste fino ad allora. Geloso del suo genio e del suo lavoro, fece costruire una palizzata intorno alla sua creazione che, finalmente, si offrì agli occhi dei fiorentini nel maggio del 1504. Naturalmente, allora come ora, c'è chi ha sempre da ridire e anche questa volta il solito presuntuoso non mancò di fare le sue antipatiche osservazioni: quando la scultura era quasi finita, il gonfaloniere della Repubblica Pier Soderini volle andare di persona a verificare i progressi del maestro e, guardando con aria da fine conoscitore la fiera testa ricciuta , affermò decisamente che il naso era troppo lungo e non adatto al resto dei lineamenti più raffinati. Allora il Buonarroti, fine ed arguto come ogni fiorentino che si rispetti, nascose in una mano della minuta polvere di marmo e, facendo finta di aggiustare con lo scalpello il profilo dell'eroe biblico, la lasciò cadere dall'alto dei quattro metri dell'impalcatura su cui si era dovuto arrampicare per fargli credere di rimaneggiare il volto.
Quando Michelangelo scese, con un sorriso sornione domandò al Soderini se il naso fosse  finalmente armonioso come lui desiderava. Questi non ebbe esitazioni ed esclamò:  "Visto che avevo ragione? Ora è davvero perfetto!",  facendo in tal modo la meschina figura che si meritava.


venerdì 2 maggio 2014

Un giardino nel giardino

Il Giardino di Boboli, cuore verde e romantico di Firenze, è veramente famoso in tutto il mondo. Si può definire, e non a torto, uno splendido museo all'aperto dove arte e natura si incontrano in un connubio perfettamente riuscito. Sentieri alberati, arcate di alloro, vasche marmoree, statue che occhieggiano fra le siepi, formano uno splendido caleidoscopio di emozioni che cambiano con il mutare delle stagioni e con la luce del sole. 





Come in una scatola cinese, nel giardino sono racchiusi altri giardini, pieni di rose, di agrumi e di cascate fiorite in grandi orci di cotto imprunetani. Fra tutti, spicca per la sua elegante freschezza, il Giardino degli Ananassi dove, nel 1400, si coltivavano specie esotiche provenienti da lontane terre fino ad allora sconosciute, come il caffè e, appunto, l'ananas, introdotto dal Granduca Pietro Leopoldo.




Nel corso dei secoli il giardino ha cambiato talmente tante volte il suo aspetto da non avere più una precisa identità finché, nel 1852, il botanico palermitano Filippo Parlatore, nuovo direttore del giardino, lo riorganizzò totalmente trasformandolo in un Erbario con piante, frutti e semi rari provenienti da tutto il mondo. 
Filippo Parlatore

Qui serre e tepidari favorirono la coltivazione di piante tropicali, raggruppate secondo precisi criteri di distribuzione geografica, e di numerose piante idrofite ospitate nell'Aquarium, un bacino circolare suddiviso in quarantotto celle. Dall'epoca di Firenze capitale ad oggi, il Giardino degli Ananassi ha continuato ad arricchirsi di nuove specie con un occhio di riguardo anche all'estetica, sapientemente curata con un intervallarsi di piante a terra ed in vaso, prati, fontane, arbusti insoliti e pregiati. 


Camminando serenamente fra peonie sgargianti, alberi secolari, ortensie, gerani, palme e agrifoglio, si possono ammirare anche molte piante acquatiche e palustri, come le scenografiche ninfee che hanno ritrovato la giusta collocazione nell'Aquarium che Parlatore aveva fatto costruire, tra il 1870 e il 1880, appositamente per loro, ma che era stato letteralmente ricoperto da grandi cumuli di terra e vegetazione, sottraendosi così agli occhi degli studiosi.




Grazie alla perizia di Paolo Basetti, giardiniere esperto in restauro botanico che collabora con l'ufficio tecnico del Giardino di Boboli, il degrado di qualche anno fa è solo un ricordo e tutto ha ripreso vita, ospitando anche raffinati incontri letterari che trovano, in questa cornice romantica, il loro ideale scenario.