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martedì 10 settembre 2013

Ragazze... tutte a scuola!




Nel 1779 il Granduca Pietro Leopoldo fece costruire quattro scuole pubbliche, una per quartiere, (Spedale di San Paolo per Santa Maria Novella, Santa Caterina per San Giovanni, San Giorgio per Santa Croce e San Salvatore per Santo Spirito) dedicate "all'educazione e al buon indirizzo delle zittelle della città di Firenze, e di quelle più specialmente che attesa la loro miseria, incuria o mancanza dei proprj genitori sono le più trascurate e meritevoli di maggiori riguardi e provvedimenti". Le materie insegnate nelle scuole Leopoldine erano una miscellanea di virtù morali, di economia domestica e di classiche discipline: "i primi doveri di religione, ed il catechismo, le regole della decenza, e pulitezza conveniente allo stato delle ragazze, il leggere, scrivere, abbaco, e lavori donneschi di maglia, cucito e tessere tanto di nastri che di veli, panni lini, e lani di qualunque genere, e drappi in seta larghi e stretti", un insieme di nozioni e di pratica tali da assicurare un buon futuro nella vita delle giovanette, un giorno spose avvedute e madri giudiziose. 

Le bimbe più piccole, per entrare come allieve, dovevano aver compiuto almeno sette anni, mentre le più grandi arrivavano ai diciotto, età in cui erano ormai signorine e potevano cominciare a scrivere la loro storia di donne ormai abili a badare a se stesse ed ad una famiglia.
Alcune allieve delle Scuole Leopoldine

Tutte le ragazze lavoravano e ricevevano un compenso settimanale pari alle loro capacità e, in occasioni particolari, premi e riconoscimenti che servivano ad incentivare la loro voglia di emergere da quello stato di squallida indigenza che altrimenti le avrebbe segnate per sempre. Le maestre, cinque per ogni istituto, erano "intieramente secolari" ossia non legate ad alcun voto religioso, ma ciò nonostante vivevano in una sorta di comunità all'interno delle scuole stesse, ricevendo uno stipendio direttamente dal granduca e avendo per la loro sussistenza "il lume, medico e medicamenti, siccome pure la biancheria tanto da tavola, che da letto".
 Piazza S.M.Novella - Ex Spedale di San Paolo  sede di una delle scuole Leopoldine
Piazza Tasso - L'ex-chiesa e convento di San Salvatore a Camaldoli sede di una delle scuole Leopoldine

venerdì 9 agosto 2013

Antichi mestieri scomparsi




Nella vecchia Firenze, quella che ormai non esiste più se non nella memoria degli anziani, c'erano tanti mestieri, ora purtroppo scomparsi. In una società essenzialmente fatta di poveri, dove il risparmio era fondamentale per tirare avanti e dove non c'erano le moderne tecnologie di oggi, c'era posto anche per le figure "minori" dei venditori ambulanti che proponevano le loro mercanzie agli angoli delle strade.

 Nel tranquillo silenzio della città non ancora assediata dalle automobili, i richiami dei venditori animavano le giornate: "ce l'ho coll'olio!" gridava il commerciante di schiacciate, "duri di menta duri" era lo slogan del duraio, "son salati i mi' lupini" si vantava il lupinaio.

Suonatori e cantastorie

Venditore di pesci d'Arno
Venditore di semi di zucca salati
Caldarroste e ballotte.


E poi c'era il cenciao
Poi c'era il cenciaio, col suo variopinto carretto pieno di stracci e roba vecchia, il semellaio che offriva i suoi panini, l'arrotino, l'impagliatore, il venditore di pesci d'Arno, il pandiramerinaio, lo spazzacamino, l'omino delle bruciate e quello del ghiaccio.



Il carbonaio
Il semellaio
E' il caratteristico grido dei mercanti ambulanti dei pesci di fiume, venditori che s'incontrano per la città di Firenze e più specialmE
"...era un continuo gridare ora d'ortolani, ora di fruttaioli che avevano i loro avventori fissi e si fermavano tutti i giorni alle medesime case; oppure di cenciaioli che dalla mattina alla sera giravan per tutta Firenze urlando: Donne chi ha cenci!... sprangai che accomodavan gli ombrelli e sprangavano i catini e le stoviglie rotte; seggiolai che rimpagliavan le seggiole sfondate in mezzo alla strada come se fossero stati nella propria bottega, arrotini e altre infinità di mestieri.
Fuori delle botteghe si vedeva il fornello del sarto coi ferri a scaldare, il ragazzo del legnaiolo che accendeva i trucioli per scaldar la colla, il tappezziere che impuntiva i sacconi o le materasse, se non le ribatteva addirittura sullo scamato, i fiascai che rivestivano i fiaschi, il ciabattino a bischetto che rattoppava le scarpe e via dicendo.
Quelli delle botteghe parevan tutti d'una famiglia, tant'era la buon'armonia e l'amicizia che regnava fra i varii mestieranti" (Giuseppe Conti, Firenze Vecchia)
 ente per le circostanti campagne, con a spalla le loro gr
Venditore d'agli
osse zucche ripiene d'acqua, nelle quali conservano viva a lungo la loro mercanzia.
Gelato per tutti!

Come si potrebbero sentire le loro voci nella confusione frenetica del mondo sempre più all'avanguardia ma sempre meno umano?... Non resta che sedersi in macchina e andare al supermercato dove c'è di tutto, questo è vero, ma manca quell'antico calore che ormai è solo un'utopia.

domenica 4 agosto 2013

Arti e mestieri





Le corporazione delle Arti e dei Mestieri erano delle associazioni che nacquero, a partire dal XII secolo, per disciplinare e proteggere le diverse categorie professionali.
La prima di cui si ha notizia certa è quella di Calimala che risale al 1150: la corporazione importava tessuti di lana grezza che poi venivano lavorati a Firenze, migliorandone così tanto la qualità da renderli 'panni d'alto pregio', rivenduti a prezzi salatissimi sia in Italia che all'estero. Le corporazioni erano ventuno: sette per le
Arti Maggiori e quettordici dedicate alle Arti Minori.
Nel 1770 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo abolì tutte le Arti, lasciando in vita solo quella dei Giudici e dei Notai, che continuò ad esistere fino al 1777.




L'Arte dei Mercatanti, o di Calimala, sembra è stata la prima associazione della Firenze medievale. Il nome 'calimala' ha un'etimologia incerta; ci sono varie interpretazioni, tutte calzanti, ma nessuna sicura. Forse la più credibile è quella che trova le radici in 'callis mala' ossia strada malfamata, dove era facile essere raggirati dai mercanti, tanto che un "tale si doleva di aver perduto il fiore del suo patrimonio con un mercante di Calimala" (Codice Riccardiano).
Dino Compagni, invece, fa derivare il nome dal greco 'kalos mallos', cioè 'bella lana', in onore alle meravigliose e pregiate stoffe apprezzate in tutto il mondo.
I tessuti, dopo essere stati passati alla rasatura, cimatura e coloritura, venivano misurati con 'la canna di Calimala', una verga di ferro lunga 4 braccia corrispondente all'incirca a 2 metri e 30 centimetri e poi affidati ai venditori che le facevano pagare tre volte il loro valore.



L'Arte dei Giudici e Notai era una delle Arti Maggiori e pur non rivestendo un ruolo commerciale vero e proprio, era sicuramente la più importante visto che al suo interno si eleggeva il Proconsolo, il magistrato che stava a capo di tutte le consorterie e doveva giudicare le controversie che sorgevano nelle corporazioni.
I giudici medievali, durissimi e implacabili, destinavano ai condannati delle pene severissime, dopo atroci torture: i bestemmiatori venivano frustati senza pietà, ai ladri e agli spergiuri veniva mozzata la mano, impiccati e decapitati tutti gli altri, a parte gli omosessuali che venivano evirati...
I notai, molto più tranquilli e ritirati, svolgevano il classico lavoro d'ufficio che prevedeva la registrazione di contratti, inventari, rogiti e testamenti.



L'Arte della Lana era la corporazione che contava il maggior numero di lavoratori, come riporta anche Machiavelli nelle sue Istorie Fiorentine "era quella di tutte le Arti che aveva ed ha più sottoposti, la quale per essere potentissima è la prima per autorità di tutte". Con i suoi guadagni, riuscì a superare per ricchezza perfino la prestigiosa Calimala, finchè nel Quattrocento emerse la potenza dell'Arte della Seta che si pose al primo posto assoluto.
I lanaioli acquistavano la lana grezza, la sgrassavano mettendola a bagno nell'orina, poi la bastonavano energicamente per renderla morbida, infine la filavano, tessevano e la tingevano.
Le pezze così ottenute potevano finalmente entrare in bottega, pronte per essere acquistate dai cittadini e dai mercanti.



L'Arte della Seta aveva delle regole di comportamento rigidissime, pena l'esser cacciati dall'associazione: non si poteva lavorare né mercanteggiare fuori di Firenze, vietato in assoluto l'uso di candele e lumi ad olio per il pericolo di incendiare le stoffe e trasmettere poi le fiamme a tutte la bottega e, via via, ad interi isolati fiorentini.
I setaioli producevano damaschi e broccati molto preziosi, spesso intessuti con fili d'oro e d'argento, richiestissimi da una clientela 'd'elite' che desiderava dei prodotti perfetti sia esteticamente che nella qualità dei filati. La stoffa non doveva presentare alcuna malefatta tanto che le tessitrici, se perdevano un punto dell'ordito, dovevano riprendere poi a occhio i fili che erano sfuggiti: "... si ripigliano i fili a occhio e croce, e si rimettono in tirare ripigliando ogni portata, filo per filo, e si rinverga di nuovo la croce, che fu svergata. E facciamo questo a occhio e croce, perchè que' fili si riprendono a occhio, e non per regola come si farebbe nell' ordire la tela". ("L'arte della seta in Firenze: trattato del secolo XV).
Da qui sembra derivi il famoso detto "ad occhio e croce" che sta a significare una valutazione abbastanza precisa ma sempre un po' approssimata e soggettiva.



Il medico medievale accudiva i suoi malati usando erbe curative e acque termali, badando alle fasi lunari e ricorrendo all'aiuto di sanguisughe e salassi. La malattia più diffusa per i ricchi dell'epoca,che mangiavano tanta carne e cibi opulenti, era la gotta, conosciuta infatti come "la malattia dei re". I cerusici la curavano con misture talvolta assurde, come nel caso di Lorenzo il Magnifico, morto di uricemia, che si vide propinare ogni sorta di miscuglio, comprese perle e pietre preziose finemente macinate e impastate con infusi d'erbe.
Gli speziali vendevano le erbe e le droghe necessarie alla preparazione dei medicinali, ma anche le spezie usate per scopi alimentari. E non finisce qui: nelle loro profumatissime botteghe si trovavano anche profumi ed essenze, i colori per tintori e pittori, cera per le candele, sapone, la carta da scrivere e l’inchiostro!
Tre nomi importanti entrarono a far parte della Corporazione: Dante Alighieri e i pittori Giotto e Masaccio.



L'Arte del Cambio raccoglieva, nella sua associazione, i cambiatori di denaro, i commercianti di pietre e metalli preziosi e tutti coloro che effettuavano prestiti per i commerci.
Dalla fine del Quattrocento, con le scoperte di nuovi mondi, i mercanti si trovarono a viaggiare in terre sconosciute per far provviste di tesori. Chiaramente non potevano portarsi dietro grandi somme per i loro traffici, così nacque la 'lettera di cambio' , antesignana della cambiale e degli assegni, che consentiva di trasferire il denaro da un posto all'altro, grazie a delle precise operazioni contabili.





L'Arte dei Vaiai e dei Pellicciai fu l'ultima, in ordine cronologico, ad entrare a far parte delle Corporazioni medievali. La lavorazione delle pellicce, come quella della seta, era destinata ai ceti di alto rango, sia per il costo in sè, che per il valore simbolico che rappresentava. Infatti, solo i ricchi potevano permettersi di adornare mantelle, abiti e copricapi con le pelli di ermellini, visoni e lupi, mentre il popolo minuto doveva accontentarsi del vello di capra, ritenuto volgare dai pellicciai di lusso e destinato unicamente ai cerbolattari, lavoratori di materiali di basso pregio, esclusi a priori dall'elenco degli artigiani dell'associazione.





Le Arti Minori, formate dagli artigiani e dai lavoratori addetti ai vari mestieri, erano quattordici: Arte dei Fornai, Arte degli Albergatori, Arte dei Legnaioli, Arte dei Linaioli e Rigattieri, Arte dei Maestri di Pietra e Legname, Arte dei Beccai (macellai e pesciaioli), Arte dei Calzolai, Arte dei Correggiai (cuoio), Arte degli Oliandoli e dei Pizzicagnoli (salumi e formaggi), Arte dei Cuoiai e Galigai (cuoio), Arte dei Vinattieri, Arte dei Corazzai e Spadai, Arte dei Chiavaioli e Arte dei Fabbri.

venerdì 2 agosto 2013

Trippe e trippai






La trippa è uno dei piatti più rappresentativi della tradizione fiorentina. Se non si vuole prepararsela da soli, si può gustare da uno dei tanti trippai che affollano la città con le loro bancarelle.
La classica trippa alla fiorentina col pomodoro e parmigiano si affianca al lampredotto bollito e a quello in inzimino, all’uccelletto o, ancora, con patate e cipolle, con i porri e con i carciofi.




Antichi mestieri di strada: l'ombrellaio sprangaio











Quando ero ancora piccina passava, ogni martedì, un ometto minuto ma dalla voce potente "Ombrellaio, sprangaio! Ombrellaio, sprangaio... donne, riparo ombrelli, catini e conche!". Correvo alla finestra e lo guardavo con avidità mentre riparava le stecche agli ombrelli oppure cambiava il manico rotto. Altro non gli ho mai visto fare, ma so che con le spranghe, dei sottili fili di ferro, faceva miracoli nel riparare cocci rotti di ogni misura.

Sull'Arno d'argento...


Per secoli, fino a circa dieci anni fa, i "renaioli" navigavano sull'Arno per recuperare prezioso materiale necessario a costruire case e palazzi fiorentini. 
Dall'alba al tramonto questa povera gente, pagata pochissimo e sfruttata fino al midollo, dragavano le acque del fiume sui loro barconi che tiravano a riva quintali di rena, tanta quanto potesse reggere l'imbarcazione senza affondare.
L'Arno regalava tanti tipi di materiali diversi: ghiaione, ghiaia, al renone e rena fine che serviva a fare 'il velo' ossia a rifinire gli intonaci delle pareti.
Alcuni renaioli hanno oggi recuperato alcuni barchetti antichi per portare a spasso turisti e visitatori che possono ammirare Firenze da un'altro punto di vista!





Antichi mestieri di strada: il cenciaio




"Cenciaioooo!!! Donne... e c'è i' cenciaioooo!!!"
Uno dei gridi più cari della mia memoria bambina che, purtroppo, non si sente più...
Il cenciaio raccattava di tutto: vestiti vecchi, pezzi di stoffa logori, imballaggi, carta e cartoni, ma anche ferro, vetro e latta. Passava con il suo carrettino, sperando che qualcuno si affacciasse, buttandogli la roba vecchia che pesava con una bilancina e pagava in base al peso e al valore. La merce veniva poi portata in dei magazzini, che si trovavano soprattutto nel quartiere di santa Croce, dove veniva fatta una sommaria divisione per tipologia dei materiali che potevano così essere riciclati.
I' Quadrifoglio Servizi Ambientali Fiorentini, non ha inventato nulla di novo!

La Mostra Internazionale dell'Artigianato




Ogni anno, tra la fine di aprile e il 1° maggio, Firenze ospita la Mostra Internazionale dell’Artigianato, una rassegna di opere d’arte di squisita fattura artigianale. L’iniziativa nacque negli anni Trenta con l’intento di valorizzare il ruolo economico della città, tradizionalmente città dedita allartigianato. La prima edizione della Fiera si tenne nel 1931 negli antichi locali del Parterre, una struttura polifunzionale in piazza della Libertà. Gli espositori accorsero in gran numero, circa 700 artigiani, e anche il successo di pubblico fu davvero memorabile. Nel 1939, vista la grande affluenza di visitatori, fu inaugurata una nuova sede espositiva, sempre al Parterre, aggiungendo altri diecimila metri quadri, grazie al progetto degli architetti Pastorini e Pellegrini.



La mostra, che attualmente si tiene alla Fortezza da Basso, promuove l’artigianato di alta qualità di vari paesi e settori produttivi: abbigliamento e accessori, arredamento e complementi, gioielli, argenteria, oggettistica e articoli da regalo, dall’antica tradizione fino alle forme più estrose con uno sguardo al futuro.