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mercoledì 26 marzo 2014

L'Accademia della Crusca




Villa Medicea di Castello, sede attuale dell'Accademia della Crusca
L'Accademia della Crusca è la più antica accademia linguistica del mondo e raccoglie i più emeriti studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana. Sorse ufficialmente a Firenze il 25 marzo 1585, grazie alla "brigata dei crusconi" , un gruppo di letterati fiorentini che, pur giocosamente, si proponevano di purificare la buona lingua dalle scorie, modellandosi agli scritti dei grandi autori del Trecento.
Nel 1590 fu scelto, come simbolo dell'Accademia, il frullone, un cassone di legno che si adoperava per separare la farina dalla crusca e come motto il verso del Petrarca “il più bel fior ne coglie”.


Anche gli oggetti e l'arredamento dell’associazione dovevano avere nomi attinenti al mondo della panificazione, compresi gli stemmi degli accademici, delle pale di legno in cui era dipinta un’immagine simbolica accompagnata dal nome e dal motto scelto.
Nel 1612 fu stampato, a Venezia, il primo "Vocabolario degli Accademici della Crusca" che rappresentò per secoli la risorsa più preziosa per tutti coloro che volevano scrivere in buon italiano.


Oggi l’Accademia della Crusca è il più importante centro di ricerca scientifica dedicato allo studio e alla promozione della lingua italiana, lavoro che fa con impegno e sapienza, sia nella sua sede, la splendida villa medicea di Castello, sia online, mettendo a disposizione del pubblico una Biblioteca specialistica e il proprio Archivio, organizzando seminari e convegni sull’italiano e continuando il proprio pregevole lavoro editoriale.



sabato 16 novembre 2013

Le acque chete rovinano i ponti...



Una delle commedie in vernacolo più conosciute e amate, non solo a Firenze, ma anche nel resto d'Italia è sicuramente "L'Acqua Cheta" trasformata poi in operetta con le musiche di Giuseppe Petri. 


Augusto Novelli la scrisse nel 1908 per la celebre compagnia di Andrea Niccoli che recitava al teatro Alfieri di via Pietrapiana e fu subito acclamata dal pubblico e dalla critica. La trama è molto semplice, quasi ingenua, ma più che l'intreccio della commedia, contano le atmosfere, il sapore di una Firenze d'inizio Novecento che ormai, purtroppo, non c'è proprio più.



L'azione si dipana nel quartiere di san Niccolò e vede protagonista una tipica famiglia toscana formata dal babbo, il sor Ulisse, che fa il fiaccheraio aiutato da Stinchi, dalla mamma, la sora Rosa, e dalle loro figlie Anita ed Ida. Le ragazze hanno un carattere diametralmente opposto: Anita è schietta, diretta ed ama, alla luce del sole, un falegname, Cecco, che non è ben visto dai suoi perché è solo un umile artigiano; Ida, al contrario, è schiva e sottomessa, ma in realtà, è proprio quell'acqua cheta che silenziosamente "rovina i ponti" e che darà grandi preoccupazioni a tutti. Basterà l'arrivo di un bel giovanotto, garbato ed elegante, stimato solo per come si presenta, a rovesciare le sorti e le apparenze: Ida scapperà con lui, tradendo la fiducia dei genitori, mentre Cecco e Anita, con la loro intelligente generosità, riusciranno a riportare a casa la fuggitiva. Come in tutte le belle favole, l'epilogo è lieto e sereno: le due coppie avranno la benedizione di Rosa ed Ulisse e non dovranno più nascondere il loro amore.



La morale sembra uscire da una favoletta di Esopo: non sempre le cose sono come sembrano e quelli che appaiono tanto perbenino forse hanno qualcosa da nascondere...
Dalla prima messa in scena ad oggi la commedia ha avuto innumerevoli rappresentazioni, sia nella sua versione classica che come operetta, subendo malauguratamente tante di quelle trasformazioni che l'hanno snaturata e involgarita, con battute infilate a forza per far ridere la gente o, peggio, con tagli di copione che ne hanno trasfigurato la naturale scorrevolezza.
Di fatto, ormai, di "acque Chete" ne esistano tante e con ispirazioni diverse, ma la vera ed unica è sempre quella che sgorgò dallo spirito brillante e arguto di Novelli, padre del teatro in vernacolo fiorentino.

mercoledì 7 agosto 2013

Lo favellar volgare: modi di dire fiorentini tradotti e spiegati - capitolo terzo

“ ‘Tutti onesti, ma il cacio manca’. Disse la massaia”
La colpa non la vole mai nessuno...

"Cava' ì' sangue da una rapa" si usa quando si spera di ottenere un risultato impossibile. Il rosso delle rape non è certo dato dal sangue...

"Tu fa' de' discorsi senza babbo nè mamma...", dici cose senza senso, assurde, senza basi.
Si può dire anche "discorsi a bischero".

"Si tira innanzi", si va avanti, campando alla meglio.

"Se fossi ne' mi' cenci..." cioè se stessi veramente bene, come quando ero giovane e in gamba.

"Discutere di' sesso degli angeli".
Perdere tempo in una discussione inutile, senza senso.








"A quell'oddio" in modo smisurato, senza risparmio di forze e di intensità.

"Ave' da fare quanto quello che morì di notte". 
Essere freneticamente affaccendati come se non ci fosse più tempo per portare a termine i propri compiti come accade, appunto, a chi sa di dover morire fra breve.

"Chi non more, si riede!" (chi non muore si rivede). 
Si dice, con tono di rimprovero a chi è sparito senza farsi più sentire.

"Fatti un bon nome e piscia a letto: diranno che t'ha sudaho!"
ovvero 
quando sei qualcuno puoi anche fare degli errori grossolani che passeranno sempre come virtù.

"Tutte le mattine s'alzano un furbo e un bischero... se s'incontrano fanno affari!" perché in tutte le cose c'è sempre il vantaggio di uno e lo svantaggio di un altro.

"A i' bacio" (al bacio)
Nel modo migliore, perfettamente.

"Gli è come parlare latino a' maiali!" ... che tanto non lo capirebbero mai!
Inutile dire le cose alla gente che non le comprende.

"Avè bevuto l'acqua a i' Porcellino".



La fontana del Porcellino è uno dei monumenti più popolari di Firenze, situata a margine della Loggia omonima, vicino al Ponte Vecchio. Raffigura un cinghiale, copia di una raffinata scultura nel Museo Bardini.
Bere l'acqua da lì (sconsigliato!!!) vuol dire essere fiorentini veri!

"Mi fischiano gli orecchi" è un modo di dire del popolo il quale crede, quando gli fischiano gli orecchi, che qualcuno sta parlando di lui.
Orecchio dritto - cuore afflitto
Orecchio mancino - cuor vicino.
Questa superstizione è molto antica, ne parla addirittura Plinio, ma al rovescio di come la intendiamo oggi. 
L'orecchio sinistro, vicino al cuore, non può che portare buoni pensieri! 

"Bona, Ugo!" è un saluto confidenziale che si rivolge agli amici quando si va via, dimezzando la parola "buonanotte".
Ma vuol dire anche "lascia perdere" : "Bona Ugo! Se tu vai così piano tu lo finisci domani!"

"A i' diaolo gli garba vestissi elegante", al diavolo piace vestire elegantemente. Non sempre le persone che si presentano bene sono le migliori...

martedì 6 agosto 2013

Il babbo di Pinocchio


Proviamo a fare una domandina facile facile: 
"Chi è il babbo di Pinocchio?"
"Geppetto!"  risponderebbe chiunque, dal momento che non è proprio possibile sbagliarsi.Tradotto in oltre 260 fra idiomi e dialetti, compreso il Linguaggio dei Segni, è una delle favole più amate e conosciute da bambini e adulti di tutto il mondo. Ma del vero genitore di quella marionetta birbona non se ne parla mai abbastanza, eppure, se non c'era la sua straordinaria fantasia, il Grillo Parlante, la Fatina, il Gatto, la Volpe e Mangiafuoco non sarebbero mai esistiti.
Vediamo dunque di conoscere da vicino questo prolifico scrittore. 


Era un fiorentino purosangue, visto che era nato nella centralissima via Taddea al numero 21, come ricorda una lapide in marmo sulla porta  "In questa casa nacque nel 1826 Carlo Lorenzini detto il Collodi, padre di Pinocchio". Carlo era un ragazzo arguto e intelligente, con un senso di ironia non comune per la sua età, pronto alla facezia e allo scherzo come tutti i fiorentini. Diventato un bel giovanotto, si schierò subito dalla parte dei sostenitori dell'Unità d'Italia, partecipando alle guerre d'Indipendenza e rimbeccando, con intense frecciate giornalistiche, tutti i suoi avversari politici. Fu appunto per dar battaglia agli oppositori che assunse lo pseudonimo "Collodi" rifacendosi al paese originario della mamma Angiolina, una piccolo borgo medievale di Pescia.
Dalle pagine del "Lampione", da lui fondato nel 1848 e dopo poco censurata dalla commissione granducale, e dello "Scaramuccia", Lorenzini non si risparmiava in critiche e polemiche, che certo non lo facevano vedere di buon occhio dai potenti dell'epoca,  Nel 1875 fu incaricato, dall'editore Paggi, di tradurre alcune delle più famose fiabe  di Perrault e di altri autori francesi che furono poi racchiuse in un unico volume dal titolo "I racconti delle Fate". Probabilmente, questo suo avvicinarsi alla magica narrazione di storie infantili, lo portò a scrivere alcuni racconti per ragazzi, con intento educativo e morale.
Cominciò con "Giannettino" nel 1877, seguito da "Minuzzolo" nel 1878, "Macchiette" del 1880, "Occhi e nasi" del 1881 e, finalmente, nel 1881, la prima puntata del suo capolavoro "Storia di un burattino", apparso per la prima volta nel "Giornale per i bambini". 


Fu solo qualche anno dopo che tutti gli episodi furono riuniti in un solo romanzo "Le avventure di Pinocchio", edito da Paggi e illustrato da Mazzanti.



Bugiardo, irresponsabile, bizzoso e superficiale eppure così tenero, indifeso ed ingenuo, Pinocchio è stato oggetto di film, di canzoni, di commedie e poesie. La sua vita è una grande allegoria della società con i furbi, i cattivi che sono più gentili di quello che appaiono e i falsi virtuosi che tanto buoni poi non sono... E' anche il simbolo della fatica morale che riesce a riscattare una situazione negativa, trasformandola positivamente grazie al coraggio, alla tenacia e alla serenità nel compiere il proprio dovere con amore.



Carlo morì improvvisamente nel 1890 a Firenze, nella casa del fratello Paolo, con il quale viveva. La sua tomba è nel Cimitero Monumentale di San Miniato al Monte.


Tutte le sue carte, donate dalla famiglia, sono conservate nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.


domenica 4 agosto 2013

L'angolo della poesia



Il «mistero dei tetti» di Firenze è tutto qui: essi sono, con la Cupola, quasi un «sacramento» che si fa specchio e diffusore della bellezza, della purità e della pace celeste! 
(Giorgio La Pira)





E come 'l volger del ciel della luna | cuopre e riscopre i liti sanza posa, | così fa di Fiorenza la Fortuna: | per che non dee parer mirabil cosa | ciò ch'io dirò delli alti Fiorentini | onde è la fama nel tempo nascosa. 
(Dante Alighieri)










La città


E quando in Palazzo Vecchio, bello come un'agave di pietra,
salii i gradini consunti, attraversai le antiche stanze,
e uscì a ricevermi un operaio, capo della città, del vecchio fiume, delle case tagliate come in pietra di luna, io non me ne sorpresi: la maestà del popolo governava.

E guardai dietro la sua bocca i fili abbaglianti della tappezzeria, la pittura che da queste strade contorte venne a mostrare il fior della bellezza a tutte le strade del mondo.
La cascata infinita che il magro poeta di Firenze lasciò in perpetua caduta senza che possa morire, perché di rosso fuoco e acqua verde son fatte le sue sillabe.
Tutto dietro la sua testa operaia io indovinai.
Però non era, dietro di lui, l'aureola del passato il suo splendore: era la semplicità del presente.
Come un uomo, dal telaio all'aratro, dalla fabbrica oscura, salì i gradini col suo popolo e nel Vecchio Palazzo, senza seta e senza spada, il popolo, lo stesso che attraversò con me il freddo delle cordigliere andine era lì.
D'un tratto, dietro la sua testa, vidi la neve, i grandi alberi che sull'altura si unirono e qui, di nuovo sulla terra, mi riceveva con un sorriso e mi dava la mano, la stessa che mi mostro il cammino laggiù lontano nelle ferruginose cordigliere ostili che io vinsi.
E qui non era la pietra convertita in miracolo, convertita alla luce generatrice, né il benefico azzurro della pittura, né tutte le voci del fiume quelli che mi diedero la cittadinanza della vecchia città di pietra e argento, ma un operaio, un uomo, come tutti gli uomini.
Per questo credo ogni notte del giorno, e quando ho sete credo nell'acqua, perchè credo nell'uomo.
Credo che stiamo salendo l'ultimo gradino.
Da lì vedremo la verità ripartita, la semplicità instaurata sulla terra, il pane e il vino per tutti.
(Pablo Neruda)





Lo favellar volgare: modi di dire fiorentini tradotti e spiegati - capitolo secondo

"Essere stucco". 
E' stucco chi non si accontenta mai di nulla, quelle persone di gusti difficili. 
"I' mi' figliolo l'è stucco... un gli piace nulla da mangiare!"
ma "essere stuccato" significa essere nauseato, di situazioni o di cibo. 
"Quella brioscia (brioche) l'era troppo dolce: la m'ha stuccato".

"Fa' ridere i polli" per quella gente che è così ridicola da far riuscire a ridere anche una gallina, cosa alquanto improbabile!

"Far come Suor Onesta da Campi". 
Spiega il Salviati, uno dei fondatori dell'Accademia della Crusca, che: 
"quando era veduta faceva d'una ciliegia tre bocconi; quando no, inghiottiva un fegatello in uno". E' un personaggio che finge disinteresse, disappetenza e buone maniere quando viene vista dalla gente, ma se è sola...

"Che vo fa' i' chiasso?" ... che vuoi scherzare?

"Gli è pell'oche!" 
E' roba andata a male, da buttar via. La frase si riferiva, anticamente, al cocomero e altra frutta che, quando ormai erano marci, si potevano dare in pasto solo alle oche che mangiavano di tutto. Viene usata anche quando uno non ce la fa più a campare...

"Avere tutti i mali di Santa Maria Nuova". 


Essere in cattivo stato di salute. 
L'Ospedale di Santa Maria Nuova è il più antico ospedale ancora attivo di Firenze. 
Fu fondato nel 1288 da Folco Portinari, il padre di Beatrice amata da Dante. 
La struttura, destinata alla cura degli infermi, era suddivisa in due aree, femminile e maschile, dove potevano avere accoglienza circa duecento ricoverati.

"Brindellone" 
A Firenze il Brindellone è un carro che, con la sua smisurata altezza di circa 11 metri, si guadagna il simpatico appellativo usato dai fiorentini per indicare un giovanottone lungo, lungo e sgraziato. 
Il Brindellone ha il suo momento di gloria la mattina di Pasqua quando viene trainato, in Piazza Duomo, da due candidi buoi infiorati, proprio davanti alla Cattedrale. Un filo di ferro collega il carro all'altare maggiore e lungo questo filo è legata una colombina, che in realtà è un razzo, che porta nel becco un ramoscello d'olivo, simbolo di pace e di redenzione. 
Durante la messa, al "Gloria in excelsis Deo", l'Arcivescovo accende il razzo della colombina che scorre lungo il filo, percorrendo tutta la navata centrale per appiccare il fuoco ai mortaretti piazzati sul carro e torna indietro verso l'altare maggiore. 
La tradizione vuole che, se la colombina compie il percorso per intero e lo scoppio è perfetto, si preannuncia un anno positivo, soprattutto nel raccolto.




"Andare a Montedomini". 
Significa finire i propri giorni miseramente, in tutti i sensi. 
La Pia Casa di Lavoro di Montedomini era nata, per volere di Napoleone I, per risolvere il problema della piaga della mendicità, tramite la reclusione degli indigenti, degli accattoni e dei senza casa che affollavano le strade di Firenze.

"Tirati su le cioccie" dove "cioccie" significa seno. 
Si dice di una magrissima consolazione, che non da' alcuna soddisfazione.
"In cambio di quell'olio m'hanno dato mezzo chilo di pomodori..."
"Essai! Tirati su le cioccie... si son sprecati!"

"Chi ha i' culo nell'ortica spesso gli formìca!".
 Le persone che non hanno la coscienza pulita spesso ne pagano le conseguenze.. 
"Formicare" vuol dire prudere, proprio come se tante formiche passassero sulla pelle, pizzicandola.

"Essere un numero". 
Essere divertenti, buffi, simpatici.

"Infilassi in un ginepraio" significa cacciarsi in un pasticcio serio dal quale non si riesce più a uscire. Il ginepraio è un insieme di arbusti cespugliosi che impedisce di liberarsi, una volta che ci si è entrati in mezzo.

"Trasporto" sinonimo di funerale. 
"Domani c'è i' trasporto di' poero Gino. E ci devo ire!"

"L'ha' vorsuta la bicigretta? O pedala!"... (l'hai voluta la bicicletta? Ora pedala!). Ci si rivolge così a chi si è volutamente messo in una situazione pesante e ora se ne lamenta.

"Passa' da Buscheto!". Naturalmente Buscheto non esiste, è il luogo immaginario dove tutti ne "buscano" ossia vengono picchiati per castigo. Si usa soprattutto con i bambini birboni. 
"Ora tu mi fa' prendere i cocci! Che vo' passa' da Buscheto?"



Lo favellar volgare: modi di dire fiorentini tradotti e spiegati - capitolo primo

Oh bischero! 
detto di persona scarsamente intelligente che si fa prendere in giro da tutti.
Deriva, almeno pare, dalla famiglia de' Bischeri che, all'epoca di Dante, avevano palazzi e botteghe proprio dove la Signoria di Firenze dovevano costruire il Duomo. Dopo aver rifiutato ingenti somme per lasciare la zona, persero tutto, di lì a poco, in un incendio che distrusse case e laboratori, lasciandoli poveri e senza alloggio...

Gingillassi.
Trastullarsi, giocare ma anche perdere tempo!
"Smetti di gingillatti e comincia a fare le cose per benino!"


Ave' le fisime.
Essere fissati su qualcosa, lamentandosi e rendendosi insopportabili a tutti.
"Oh nini, ma che è possibile che t'abbia sempre le fisime? Carmati, sai!".


Fare i balocchi. 
Giocare. 
Da "balocco" che viena sua volta da "balia" palla.


Dare un colpo a i' cerchio e uno alla botte.
Dall'abitudine di dare appunto una martellata al cerchio che stringe le botti ed uno alla botte stessa perchè si assestino fra di loro e sia assicurata l'impermeabilità ai liquidi che deve contenere la botte! 
Vuol dire quindi spingere una parte verso l'altra per raggiungere un comune obbiettivo, ma senza privilegiare uno o l'altro perchè il risultato utile è vicino al punto di mezzo.


Mi fischiano gli orecchi 
è un modo di dire del popolo il quale crede, quando gli fischiano gli orecchi, che qualcuno sta parlando di lui.
Orecchio dritto - cuore afflitto
Orecchio mancino - cuor vicino.
Questa superstizione e molto antica, ne parla addirittura Plinio, ma al rovescio di come la intendiamo oggi. 
L'orecchio sinistro, vicino al cuore, non può che portare buoni pensieri! 


Rompisi l'osso di' collo. 
Farsi del male in modo irreparabile, cadendo in malo modo.
"Stai attento a camminare costì in cima! Che ti vo' rompe? l'osso di' collo?"
Invece "rimetterci un osso del collo" significa perdere tutti i soldi per un affare finanziario non anadatao a buon fine.

Far d'ogni erba un fascio come quello che, per non sapere o per distrazione, falcia tutto quello che gli capita, erba buona o cattiva che sia.
"In una parte di questo mondo, uditori carissimi, viveva e vive tuttora un cavaliere scapestrato, il quale avvezzo a far d'ogni erba un fascio, aveva messo gli occhi su..."
(Manzoni, Promessi Sposi, cap. VII)

"Andare alle ballodole" cioè andare in rovina. Il termine "ballodole", da allodole, arriva da un antico cimitero di Firenze, che si chiamava proprio“cimitero delle Ballodole”. Col tempo, l'espressione ha perso il senso di morire, sostituito da un più blando andare a finir male.

"Bona, Ugo!" è un saluto confidenziale che si rivolge agli amici quando si va via, dimezzando la parola "buonanotte".
Ma vuol dire anche "lascia perdere" : "Bona Ugo! Se tu vai così piano tu lo finisci domani!"

Essere alle porte co' sassi vuol dire essere alla scadenza di un avvenimento molto importante. Le antiche porte fiorentine venivano chiuse in tarda nottata e, se qualcuno voleva entrare in città, tirava dei sassi contro i battenti per avvertire che doveva passare.

Fare forca è marinare la scuola.

Tamburlano: oggetto ingombrante e brutto. E' in realtà un qualunque bidone che abbia una funzione contenitiva, di solito di metallo o di latta.
Usato anche per dire mi hai riempito il cervello con le chiacchere "Tu m'ha fatto una testa come un tamburlano"

"Avè bevuto l'acqua a i' Porcellino".
La fontana del Porcellino è uno dei monumenti più popolari di Firenze, situata a margine della Loggia omonima, vicino al Ponte Vecchio. Raffigura un cinghiale, copia di una raffinata scultura nel Museo Bardini.
Bere l'acqua da lì (sconsigliato!!!) vuol dire essere fiorentini veri!

Senza lilleri un si lallera! 
ovvero
senza soldi non si può fare niente! 

"A i' bacio" (al bacio)
Nel modo migliore, perfettamente.
"Come la t'è venuta la minestra di verdura? Bona! A i' bacio!"

"Sculo": sfortuna. 
"Ma che sculo t'hai! Le ti vanno tutte torte!"

"Da Montelupo si vede Capraia, Iddio fa le persone e poi l'appaia".
Montelupo e Capraia sono due frazioni della campagna di Empoli (Fi). Montelupo è in collina mentre Capraia è in pianura.
Si usa quando due persone sono assortite bene perché son della stessa pasta. Normalmente viene adoperato in senso dispregiativo.


"Arrivare dopo i fochi" 
significa arrivare a cose fatte. Si riferisce ai fuochi artificiali che vengono fatti il 24 giugno per festeggiare San Giovanni Battista, patrono di Firenze. Arrivare quando sono già finiti, è da stupidi, non si è visto nulla...