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lunedì 1 febbraio 2016

Il giallo della morte di Isabella de' Medici

Cosimo de' Medici, primo granduca di Toscana, e sua moglie Eleonora di Toledo ebbero undici figli, sette maschi e quattro femmine. Delle bambine venute ad allietare la grande corte fiorentina, ne rimase però solo una: Maria morì a 17 anni, Lucrezia a 16 ed Anna fece appena in tempo a vedere la luce che già lasciava la terra.

Isabella, invece, nata nel 1542, crebbe bella, forte e intelligente, tanto da essere chiamata “la stella di Casa Medici”. “Isabella – scrive lo storico Winspeare - non si faceva solo ammirare ed amare soltanto per le sue doti fisiche, e per il suo carattere vivace e allegro, ma anche per la sua intelligenza e per la sua solida e varia cultura , che rendevano le sue conversazioni piacevoli e brillanti”. Gìà, perché oltre a saper suonare una gran varietà di strumenti musicali, scrivere poesie, danzare graziosamente, parlava correttamente lo spagnolo, il francese ed era protagonista persino delle battute di caccia nel parco della villa sul colle. Inutile dire che il Granduca stravedeva per questa sua figliola tanto straordinaria e la viziava in tutti i modi possibili ed immaginabili: le aveva destinato in dono un palazzo bellissimo, Villa Baroncelli ora Villa del Poggio Imperiale, appuntamento privilegiato per eventi mondani di grande sfarzo e serate culturali allietate da concerti e gare di poesia. Quando aveva poco più di sette anni, Isabella fu promessa in sposa a Paolo Giordano I Orsini duca di Bracciano, rampollo di una delle famiglie più potenti di Roma, e nel settembre del 1558 si celebrò il matrimonio. In onore degli sposi Francesco Corteccia, musicista di corte, creò un mottetto latino e il compositore fiammingo Philippus de Monte un madrigale in cui definiva Isabella più saggia e più bella di Flora. La sera stessa della cerimonia, svoltasi in forma privata, gli sposi partirono per Roma.
G.Paolo Orsini
Ma Isabella tornò presto a Firenze, lontana da quell'orrendo marito, descritto come “una specie di mostro, in cui schifosa obesità era motivo di riso e di scherno” che la trascurava senza far mistero della sua vita dissennata e violenta.

A sorvegliare l'indipendente duchessina, che aveva un comportamento molto chiacchierato fin da giovanetta, Paolo scelse un suo cugino, Troilo Orsini che aveva però il “difetto” di essere troppo ardente e bello. L'incontro fra i due fu galeotto e sbocciò con Troilo quello che non era mai successo col marito, testimoniato da un intenso carteggio pieno di un affetto che andava ben al di là di una semplice parentela. Cosimo, che teneva paternamente d'occhio la figlia era molto preoccupato per le conseguenze di quella storia proibita, ma era certo che, finché fosse vissuto, l'Orsini non avrebbe mai osato torcerle neppure un capello. Ma non potendo essere immortale, anche il Granduca chiuse gli occhi e non appena seppellito, Paolo Giordano mise in atto la sua vendetta, da tanto covata e alimentata dall'odio per essere stato lungamente ingannato.
Era il 16 luglio 1576 e Isabella fu condotta alla villa di Cerreto Guidi dove trovò la sua tragica fine. Scrive il Lapini nel suo “Diario fiorentino”: ”...in lunedì alle ore 18 in circa, morse la signora Isabella... la quale parse a chi la vide un mostro; tanto era nera e brutta. Dissesi che era stata avvelenata; e chi disse che era stata... ammazzata...Che l'Isabella fosse uccisa dal marito con intelligenza del gran duca Francesco non può dubitarsi.. Infatti, pare che a ucciderla con una robusta corda passata intorno all'esile collo fosse stato proprio Paolo Orsini aiutato da un sicario, forse un Cavaliere di Malta, come sembrerebbe dimostrare uno scambio di corrispondenza fra Ercole Cortile, ambasciatore ferrarese, e il Duca d'Este. 

Villa medicea di Cerreto Guidi

Ma esiste anche un'altra versione, quella di una lunga malattia alle vie urinarie e biliari che l'avrebbe ridotta ad uno stato comatoso. Comunque sia andata, poco prima di spirare, Isabella ebbe qualche minuto per "chiedere il perdono dei suoi peccati" mettendosi in pace con se stessa e con il mondo. 
L'astro mediceo fini così tristemente di brillare in una calda notte di mezza estate...

Quella di Isabella e Paolo Giordano resta comunque una delle più conosciute vicende del Rinascimento ispiratrice di romanzieri e poeti di tutte le epoche che hanno, di volta in volta, interpretato la vicenda dandole un colore più rosa o nero a seconda del momento storico in cui sono vissuti.

lunedì 18 gennaio 2016

Il lunerdì dei barbieri





Un tempo i barbieri stavano aperti anche la domenica mattina e riposavano tutto il lunedì per riprendersi dalla fatica di una settimana di tagli, saponate e chiacchiere amene. Niente di strano, direte voi, sarà un contratto nazionale che regola l'orario del negozio! Ma se la ragione fosse un'altra, misteriosa e oscura, che si perde nei secoli passati?



Viveva a Firenze, verso la metà del XVIII secolo, una bella ragazza che era venuta da Napoli per fare la cameriera ma, non trovando dove andare a servizio, si era messa a fare la prostituta. La giovane Mariuccia viveva in una stanzetta ammobiliata in via san Cristofano, vicino a santa Croce, che fungeva da casa e da agenzia. Un pomeriggio fu trovata morta, ma in tali condizioni che anche le guardie arretrarono inorridite: era stata sgozzata con un taglio netto al collo e l'emorragia l'aveva uccisa proprio mentre stava per raggiungere la finestra e chiedere aiuto. Anche se l'omicidio era stato compiuto in pieno giorno, nessuno aveva visto né sentito nulla, probabilmente anche perché l'assassino era un cliente abituale, tale da non destare alcun sospetto nei vicini. La polizia mise al vaglio tutti gli uomini che frequentavano Mariuccia, ma non si arrivava mai al bandolo dell'intricata matassa, finché, per caso, fu ritrovata una sottanella di tulle che era solita indossare durante i suoi appuntamenti amorosi. La gonna era stata venduta ad un mercante ebreo da un tale Antonio di Vittorio Giani, barbiere in via Romana, con la bottega vicina al portone dell'antico convento di Annalena. Finalmente il cerchio si era stretto sul delinquente che aveva compiuto un misfatto così atroce e, dopo aver confessato di aver ucciso la ragazza per gelosia, Antonio fu giustiziato fuori porta La Croce. Era l'11 giugno 1742, lunedì mattina e tutti i barbieri di Firenze, scossi dalla notizia, chiusero bottega per assistere all'impiccagione del loro collega. 


Da allora, ogni lunedì, i barbieri non lavorarono più...

giovedì 31 dicembre 2015

Ginevra, la sposa fantasma





Nei tempi antichi, quando c'erano delle imprese da raccontare, strane, romantiche o pietose che fossero, le si mettevano in versi e si dava poi il compito ai cantastorie e ai giullari di farle entrare nell'animo della gente. Miti, narrazioni e leggende passavano così di bocca in bocca e diventavano parte della cultura popolare, spesso fondendo immaginazione e realtà per ammantare la vicenda di un alone più affascinante. Chiacchiere di dame e di garzoni, scherzi, avventure di gentiluomini e artisti, tutto diventava fertile materiale per favole e poemi, come le novelle del Boccaccio e del Sacchetti che affondano le radici su fatti realmente accaduti, abilmente poi riaggiustati per renderli più appassionanti. Una delle vicende amorose che ha varcato i confini del tempo è, senza dubbio, quella di Ginevra degli Amieri. Firenze, anno del Signore 1396. La peste era arrivata in città molti anni prima, ma ancora non si contavano le vittime che la Morte Nera continuava a falciare inesorabilmente.



 Fra le poche casate rimaste fatalmente in piedi, spiccava quella degli Amieri che aveva perso quasi tutti i suoi discendenti tranne il capostipite Bernardo e sua figlia Ginevra. La bella diciottenne, colta e intelligente, piaceva a quasi tutti i giovanotti fiorentini, ma il padre, senza chiedere il suo parere, l'aveva promessa in sposa a Francesco Agolanti,  ricco rampollo di una famiglia di commercianti.
Inutile dire, come nel miglior romanzo passionale, che la ragazza era segretamente innamorata di un altro e, per complicare le cose, il giovane, tale Antonio Rondinelli, era anche popolano e di non alto lignaggio. Ma questo matrimonio s'avea da fare e si fece. Dopo la cerimonia, con ancora l'abito bianco addosso, Ginevra ebbe un collasso e fu creduta morta. Tristemente, ma anche velocemente per il sospetto che fosse stata uccisa dalla peste, fu trasportata con il cataletto in una cripta vicino a Santa Reparata.

Durante la notte, Ginevra si svegliò dal profondo sonno e si accorse, con orrore, di essere attorniata da scheletri e cadaveri putrescenti. Con la forza della disperazione, riuscì a smuovere la pesante lastra di marmo che chiudeva l'avello e a uscire all'aperto. Non si sa come, si trascinò dapprima al palazzo del marito e poi alla casa di suo padre, chiedendo aiuto, ma tutti e due gli chiusero porte e finestre in faccia credendola una spettro in cerca di vendetta. Quasi svenuta, bussò allora al portone del Rondinelli che subito la riconobbe e, con infinite cure, le ridette salute e serenità. La notizia che Ginevra era ritornata in vita si sparse presto per tutta la città e Francesco Agolanti si diede da fare per riprendersi la moglie “resuscitata”, denunciandola addirittura al Tribunale Ecclesiastico. Convocata dal Vicario del Vescovo, Ginevra raccontò per filo e per segno la sua incredibile vicenda e anche grazie alle tante testimonianze in suo favore, fu ritenuta innocente e liberata dal vincolo che la legava al marito. Potè così finalmente congiungersi ad Antonio che mai aveva smesso d'amarla e, come cantò un ignoto rimatore, ”vissono gran tempo in festa e 'n gloria, al vostro onore è finita l'istoria”.
Ora, veniamo a noi: sarà tutto vero o è pura fantasia? Molti scrittori del passato si sono messi ad analizzare il poema punto per punto, riuscendo perfino ad individuare il vicoletto da dove era passato il corteo funebre, al fianco della Misericordia: ora si chiama via del Campanile, ma sembra che il nome primitivo fosse via della Morta, in ricordo del triste trasporto del corpo di Ginevra verso la tomba. E ancora, qualcuno aveva rintracciato la lapide non murata vicina al Duomo che per molti secoli recava le iniziali G.A., poi cancellate dal viavai della gente e dai restauri del lastricato che si sono succeduti negli anni.
Luogo dove presumibilmente era la tomba di Ginevra


Il solito avvocato del diavolo mette, però, tutto in discussione soprattutto soffermandosi sulla facilità con cui la Curia Arcivescovile avrebbe reso nullo il primo matrimonio e autorizzato tranquillamente il secondo, come nulla fosse, specialmente in un'epoca in cui per chiudere una storia si ricorreva più facilmente all'uxoricidio che alla Chiesa...

Comunque sia andata, in questo mondo così sterile di sentimenti, è bello credere ad una storia d'amore che è riuscita a sconfiggere persino la morte e ad arrivare immutata fino a noi, nonostante l'incedere del tempo.

martedì 11 agosto 2015

Girolamo Segato, il pietrificatore

La Basilica di Santa Croce, oltre ad essere uno straordinario gioiello dell'arte gotica fiorentina, è nota a tutti per le tombe di artisti, scienziati e letterati che conserva silenziosamente da secoli, tanto da meritare dal Foscolo nel suo carme “De Sepolcri”, l'appellativo di “Tempio dell'Itale glorie”. Sul pavimento di tutta la chiesa ci sono ben 276 loculi e tanti altri si trovano lungo le pareti.
Dovunque l'occhio si posi ecco nomi di personaggi che hanno fatto la storia di Firenze e non solo: Michelangelo, Galilei, Machiavelli, Rossini, Alfieri e lo stesso Foscolo, che volle essere qui ricordato insieme agli “uomini illustri”. 



Tra le innumerevoli lapidi di ogni foggia e preziosità, ce n'è una davvero singolare che reca uno strano quanto misterioso epitaffio: "Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l'arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell'umana sapienza, esempio d'infelicità non insolito". Ma chi era quest'uomo, sicuramente non comune se è stato seppellito fra tanti egregi signori? Naturalista, cartografo, chimico, viaggiatore intrepido, esploratore curioso e instancabile. Così tante e varie passioni basterebbero da sole a tracciare una personalità di tutto rispetto, ma manca ancora quella più enigmatica, quellache lo ha reso davvero una presenza indelebile nello scenario scientifico: maestro della pietrificazione dei tessuti organici. 

Girolamo Segato nacque, nel 1792, in una cella della Certosa di Vedana, in provincia di Belluno. Fin da ragazzo dimostrò uno spiccato interesse per la natura e nelle sue frequenti gite in montagna raccoglieva piante, fossili, minerali, insetti e piccoli animali che poi studiava e conservava in una sorta di laboratorio allestito nella casa paterna. Nei primi decenni del 1800 partì più volte per l'Egitto partecipando a spedizioni archeologiche e alla realizzazione di canali. Fu proprio durante queste esplorazioni nei templi degli antichi Faraoni che si imbatté, per la prima volta, nei corpi mummificati di persone e animali e ne rimase talmente affascinato da non riuscire a pensare ad altro. Dopo esser rimasto per sei lunghi giorni fra le cieche cave sepolcrali della piramide di Abuyr, rischiando di lasciarci la pelle, ne uscì completamente trasformato nel corpo e nello spirito. Al suo ritorno in patria, dopo un breve soggiorno a Livorno, si stabilì definitivamente a Firenze dove iniziò la sua febbrile attività di mummificazione tutto preso dal fermare l'inarrestabile processo di decomposizione dapprima solo di rettili, insetti, ratti e uccelli e poi spingendosi sempre più oltre fino a giungere agli esseri umani, complici gli studenti di anatomia che gli passavano qualche reperto avanzato dalle autopsie. Il metodo, segretissimo e mai rivelato ad alcuno, probabilmente appreso da un millenario papiro, funzionava alla perfezione, ma non ebbe mai consensi e fu soprattutto osteggiato dalla Chiesa fedele al motto biblico “polvere sei e polvere ritornerai” che lo ribattezzò con scherno “mago egiziano” per le sue oscure arti eretiche. Nonostante questo triste scenario, Girolamo trovò qualche rara tregua di felicità, soprattutto quando conobbe la poetessa Isabella Rossi alla quale regalò due pesciolini mummificati e un anello che aveva per gemma delle gocce del suo sangue pietrificato, sotto espressa richiesta della donna amata. Famosissimo ormai ovunque e altettanto contrastato, continuò il suo lavoro di ricerca, ma deluso e intristito per i troppi ostacoli disseminati sul suo cammino, non ultimi i gravissimi problemi economici che gli impedivano di continuare a vivere sereno e la paura di essere derubato dei suoi appunti, un giorno decise di bruciare tutti ciò che aveva scritto sulla pietrificazione e appena dieci giorni dopo morì, a soli 44 anni, poverissimo, portando con sé il suo segreto. 



 

La maggior parte dei suoi esperimenti, scampati alla disastrosa alluvione del 1966, sono oggi raccolti nel Museo del Dipartimento di Anatomia, Istologia e Medicina Legale dell’Università degli Studi di Firenze: un busto di donna simile a marmo color avorio, una zaccagna ossia l'integumento capillizio di una giovanetta da cui fluiscono lunghi capelli biondi, una testa di bambina dalla pelle giallastra e incartapecorita ma con lineamenti ancora rinoscibili, un piano da tavolinetto intarsiato composto da 214 pezzi anatomici resi simili a pietre dure che doveva essere un dono per il Granduca che disgustato rifiutò l'omaggi, e un'infinità di braccia, mani, piedi feti, animali e prove di laboratorio d'ogni genere, compresa una bella fetta di salame che conserva ancora il suo colore originale. 





I lavori del Segato sono stati molte volte oggetto di studio approfondito, ma finora nessuno è mai riuscito a risolvere l'inviolato mistero.

lunedì 8 giugno 2015

... e cadde come corpo morto cade!






I Malespini furono una ricca e aristocratica famiglia fiorentina, molto potente all'epoca di Dante Alighieri, ma la loro stella fulgida cominciò a sbiadire all'inizio del Quattrocento, pur non scomparendo mai del tutto nel firmamento illustre della città. Abitavano in via Vacchereccia, in alte case torri di fazione ghibellina, ora purtroppo distrutte sia per antico odio di stampo politico che per l'ammodernamento della via, più volte rimaneggiata nei secoli. Fra questi "doviziosi e nobilissimi Marchesi", ci racconta il Lasca in una delle sue novelle, ci fu un tale Pancrazio che si trovò, suo malgrado, protagonista di un'avventura al limite dell'incredibile. Il gentiluomo aveva un'amante segreta che abitava a Ricorboli, vicino a San Niccolò. I loro incontri avvenivano solo di notte perché nulla si doveva sapere di quella tresca e il Marchese pagava fior di quattrini i guardiani delle porte perché lo facessero rientrare in città senza dare nell'occhio ad alcuno. Una volta, quando ancora mancava un'ora alle prime luci dell'alba, Pancrazio se ne tornava a casa camminando velocemente per far prima. Giunto vicino al Prato della Giustizia, oggi piazza Piave, dove venivano eseguite le condanne a morte, gli sembrò di vedere dei corpi penzolare dalle forche. Eppure era certo che quei  disgraziati non ci dovevano essere più, l'aveva visto lui stesso il pomeriggio mentre calavano i cadaveri giù dalle funi. 
Allora pensò che fossero degli spettri di anime dannate e profondamente sconvolto, tentò di fuggire, ma rimase impietrito dal gracchiare di una voce che cantilenava "Aspetta, aspetta, ora tocca anche a te!". Mentre raccoglieva le ultime forze per non svenire, vide una nera figura minacciosa scendere dal patibolo e dirigersi verso di lui. Fu un colpo troppo grave per il suo debole cuore e stramazzò a terra, vinto dal terrore. Ma il sinistro carnefice altri non era che la Biliorsa, una povera pazza ricordata anche da Dino Compagni nella sua "Cronica". La donna, girovagando al buio com'era suo costume, aveva raccolto in un campo una decina di grosse zucche che aveva deciso di impiccare per il lungo picciolo, facendo sia la parte del boia che quella del monaco consolatore. Vedendo arrivare Pancrazio, la Biliorsa progettò di fargli fare la stessa fine delle zucche  ma lui, sul più bello, si era accasciato al suolo senza dir parola. Cercò allora di trascinarlo sul patibolo per passargli la corda intorno al collo, ma, vedendo che l'impresa era troppo ardua, abbandonò il suo nuovo passatempo per andare "dove la guidava la sua pazzia"

Frattanto si fece giorno e dei lavoratori, vedendo quel corpo inanimato, lo credettero morto stecchito, così chiamarono subito i becchini che lo trasportarono nella chiesa della Compagnia de' Neri e lo adagiarono in una bara aperta che era lì per caso. Il medico chiamato a constatare l'avvenuto decesso, si accorse invece, fra lo stupore di parenti e curiosi, che Pancrazio era ancora vivo e tanto bene applicò la sua arte che il malato guarì, ma rimase per sempre "tutto spellato e senza un pelo" per la grande paura che gli aveva gelato il sangue nelle vene.

mercoledì 13 novembre 2013

Due gemelle diverse

Alessandro Allori - Luca Pitti davanti al suo palazzo 


L'ambizioso Luca Pitti, ricchissimo banchiere fiorentino, non voleva mai essere secondo a nessuno e tutto ciò che possedeva doveva gridare a gran voce la sua magnificenza e il suo prestigio. Così, secondo quanto riportato dal Vasari, nel 1440 chiamò il maestro Filippo Brunelleschi e gli ordinò di mettere in opera il progetto che aveva creato per palazzo Medici, scartato da Cosimo perché ritenuto "troppo sontuoso". L'architetto ideò allora un elegante anfiteatro, chiuso da tre lati, dove il palazzo dominava tutta la scena e si incastrava, quale pietra preziosa, fra due ali digradanti. 


I lavori cominciarono molti anni dopo, quando Brunelleschi era già morto, e furono portati avanti dal suo miglior allievo, il giovane Luca Fancelli. Una leggenda narra che il Pitti avrebbe preteso che le arcate delle finestre del nuovo palazzo superassero in estensione il portone di quello dei Medici e che le dimensioni dell'edificio fossero tali da poter contenere, all'interno del cortile, tutto Palazzo Strozzi. 







Inutile dire che la megalomania ha il suo prezzo e le spese per la costruzioni furono davvero pesanti da sopportare. Tutto andò bene finché le entrate continuarono a superare le uscite ma, nel 1464, i lavori si interruppero bruscamente per mancanza di fondi e il bramoso Luca Pitti dovette chinare il capo e contentarsi di ciò che gli era riuscito realizzare fino ad allora. Dopo la sua morte, per ironia della sorte, Buonaccorso Pitti , indebitato fino al collo, dovette correre ai ripari e vendere il palazzo a Eleonora di Toledo, moglie di quel Cosimo I a cui Luca aveva dato tanto filo da torcere.
Una curiosità riguarda proprio un punto preciso della facciata del palazzo: alla sinistra del portone centrale, a circa due metri dalla pavimentazione della piazza, ci sono due pietre: una lunghissima, che misura circa una decina di metri, e l'altra, al suo fianco, di appena trenta centimetri. Che significato ha questa "strana coppia" ? Nessuno lo sa con certezza, ma secondo un'antica tradizione, potrebbero simboleggiare la sconfinata maestosità di Luca Pitti in contrapposizione al misero valore dei suoi avversari, gelosi e inveleniti per la sua scalata sociale.








giovedì 7 novembre 2013

Uno strano volto







Per scoprire tutti i segreti di una città ci vogliono occhi attenti, una buona dose di curiosità e la voglia di non farsi trascinare dall'abitudine. Si cammina, senza guardarci intorno, eppure ad ogni passo c'è una nuova sorpresa, un nuovo tesoro. Per esempio, in piazza della Signoria, proprio alle spalle di 'Ercole e Caco' del Bandinelli, a destra del portone di Palazzo Vecchio, c'è un profilo inciso su una delle pietre, pochi lineamenti grafici ed essenziali che richiamano subito l'effigie di un uomo. Secondo la tradizione è stato scolpito da Michelangelo, ma non è dato sapere chi sia stato il modello a cui l'artista si è ispirato. C'è chi dice che sia un tipo che era solito disturbare il Buonarroti ogni volta che si incontravano nella piazza, tediandolo con lunghe chiacchiere noiose. Un giorno il maestro, avendo con sé scalpello e mazzuolo, ne incise il volto in una bugna del palazzo, tenendo le mani dietro la schiena per non farsi vedere dall'importuno rompiscatole, facendo finta di ascoltarlo per l'ennesima volta. 




Secondo un'altra versione sembra invece che il ritratto si riferisca ad un condannato a morte, giustiziato in piazza della Signoria, che colpì particolarmente la fantasia dello scultore tanto da immortalarlo velocemente sulla facciata.

mercoledì 6 novembre 2013

Un angelo scostumato?




Quante volte si manda qualcuno a 'quel paese' magari accompagnando le parole con un insolente 'gesto dell'ombrello'? Il "va' a pigliattelo in tasca", tanto comune quanto diffuso tra tutti fiorentini, diventa un problema se a "mandarti" è un angelo. Sì, avete capito bene, proprio un angelo! Su una formella di marmo sul portone laterale destro del Duomo che fa parte, con altre sette, della decorazione degli "Angeli dell'Apocalisse" del 1880, c'è un ricciuto giovanetto con tanto d'ali piumate, che fa quell'inequivocabile gesto. Angelo ribelle o solo un'errata interpretazione dell'opera? In realtà, è solo l'atteggiamento di una creatura stanca e stremata che si sorregge a malapena! Ma la gustosa leggenda che ha originato la diceria è così divertente che vale la pena di riportarla! Una sera angeli e cherubini si dettero appuntamento per una cenetta nel cuore di Firenze, ma quando venne il momento di pagare, nessuno, come ben si può immaginare, ne volle sapere. Tirato a sorte chi dovesse saldare il conto, la sfortuna ricadde proprio su quella povera creatura celeste che, per tutta risposta, fece quel gesto "scortese" che è rimasto imbrigliato nella pietra per ricordarci che anche gli angeli possono perdere la pazienza!





Il mistero della statua scomparsa



Giovanni Villani, nella sua 'Cronica' scrisse che la colonia romana di Florentia “sorse sotto l'ascendente del Dio Marte”. 
Quando, all'epoca di Augusto, Firenze riuscì vittoriosa su Fiesole, fu costruito un tempio in onore del dio della guerra con una bella statua di marmo che lo ritraeva a cavallo. Gli storici antichi affermavano, senz'ombra di dubbio, che il tempio si trovasse dove adesso sorge il Battistero di San Giovanni; il Villani ce lo descrive come se lo avesse visto dal vivo: "ottagonale e con l’idolo nel mezzo, coperto da una cupola forata come quella del Pantheon” e anche Dante era convinto che corrispondesse all'attuale Battistero. Seguendo invece le vicende degli scavi archeologici effettuati nella zona del Battistero risulta chiaramente che non fu edificato sopra il tempio di Marte ma sui resti di una ricca “domus” romana del I secolo d.C. in seguito trasformata in panificio, come confermarono gli scavi del 1915 con i ritrovamenti dei mosaici della casa e di un frammento di orcio da cereali e di una grande macina in pietra relativa al forno. 
Battistero di san Giovanni
Il tempio sarebbe stato invece nella zona collinare di san Lorenzo, dove ora sorge l'omonima chiesa.
Quando il Cristianesimo, per volere di Costantino, soppiantò ogni altra forma religiosa, dice sempre il Villani che "i fiorentini levarono il loro idolo". Non fu distrutto,  ma, come narra una leggenda medievale,  solo spostato  fuori dalle mura, in prossimità del Ponte Vecchio. Trascinato via, nel 1333, da una delle tante alluvioni, il monumento finì nelle acque dell'Arno dove rimase per secoli. Ma siamo veramente certi che fosse Marte? E' più probabile, invece, che si trattasse della raffigurazione del re ostrogoto Teodorico o dell'Imperatore Diocleziano che avevano migliorato le condizioni della città con svariati ammodernamenti strutturali. 




Comunque i fiorentini restarono sempre convinti che quella statua rappresentasse Marte, nonostante siano moltissime le prove che non si trattasse di lui,  soprattutto in base alle memorie storiche del  Villani che scrisse: "Gli antichi diceano e lasciarono in iscritto che, quando la statua di Marte cadesse o fosse mossa, la città di Firenze avrebbe gran pericolo o mutazione".
Probabilmente, allora,  il vero dio è ancora sepolto dal fango nei fondali dell'Arno, oppure è stato ritrovato e poi trafugato da collezionisti e archeologi. E chi può saperlo?...

domenica 20 ottobre 2013

Il tesoro di Ponte alla Carraia



C'era una volta, come si usa dire per raccontare una fiaba, un tesoro misterioso che un tale Morocchio, usuraio bestemmiatore e corrotto, nascose prudentemente sotto una pietra del Ponte alla Carraia. Non disse mai ad alcuno né il luogo preciso dove lo aveva seppellito, né cosa contenesse di preciso il forziere, certo che il suo oro non sarebbe mai stato scovato da nessuno. 


Il suo amico diavolo gli dette, prima di portarselo all'inferno, la facoltà di tornare a sorvegliare ogni notte il bottino: infatti, quando il sole era sceso dietro le belle colline toscane, Morocchio, sotto le spoglie di un caprone, spiava il passaggio della gente e, a quelli che si avvicinavano troppo al nascondiglio, gli riservava un feroce trattamento fatto di cornate e di calci.
«I renaioli pensavano che fosse un vero capro e quando tentavano di acchiapparlo per il pelo sputava fiamme e la maggior parte di loro morivano bruciati. Spesso rovesciava le loro barche e faceva tutti i danni possibili» (Charles Godfrey Leland, 1895).
Un giovane, furbo e coraggioso, a ora tarda venne a passare proprio davanti alla capra demoniaca e, senza farsi vincere dalla paura, la affrontò e la vinse. Morocchio, in un disperato tentativo di proteggere il bottino, andò a controllare che fosse ancora dove lo aveva lasciato e poi, in una nuvola di zolfo, si dileguò alle prime luci dell'alba. Il ragazzo, che aveva assistito alla scena, ritornò sul Ponte alla Carraia quando il giorno era ormai pieno e ricercò la pietra non murata che il caprone aveva smosso la notte precedente: come l'ebbe alzata, si ritrovò davanti ad una profusione di gioielli e pietre preziose che lo resero ricco fino alla fine dei suoi giorni!




martedì 17 settembre 2013

Un eretico al rogo



Il 16 settembre 1327 fu condannato al rogo il negromante e astrologo Cecco d'Ascoli, al secolo Francesco Stabili di Simeone. Della sua vera vita si sa poco, mentre non si contano storie e leggende che, tuttavia,  affondano le radici in una certa verità.
Un manoscritto narra la tragica vita di Cecco d'Ascoli, mescolando sogno e realtà, passando attraverso "miracoli" ed eresie fino a giungere alla  sentenza di morte in Santa Croce.

Francesco nacque da una famiglia ricca  ma, invece che seguire le orme paterne nel campo degli affari, preferì scegliere il mondo esoterico dei templari. Dopo vari ed avventurosi viaggi,  nel 1314 arrivò a Firenze dove sostò per un breve periodo in attesa di insegnare astronomia all'Università di Medicina di Bologna. Il suo percorso fu sempre costellato da denunce per le sue idee anticristiane e per le previsioni astrologiche che spesso ci azzeccavano in pieno, ma andavano ad urtare i potenti dell'epoca...
Una volta, si legge nel manoscritto, partecipò ad un sontuoso banchetto insieme a molte damigelle. Era una stagione molto fredda e piovosa e una delle signore manifestò il desiderio che arrivasse subitamente il clima mite di fine estate, con un tiepido sole tra le fronde e il buon profumo dell'uva matura.
"Chiudete bene gli occhi!" ordinò Cecco e quando dette l'ordine di riaprirli, la stanza era diventata un bel giardino, l'aria frizzante e dolce di settembre e sulla tavola erano apparsi meravigliosi grappoli maturi.
Ma quando una delle dame tentò di prendere un chicco di quella straordinaria uva, il miraggio si sciolse come neve al sole. Le fortune di Cecco d'Ascoli crollarono miseramente quando fece l'oroscopo alla neonata figlia del Duca di Calabria, presso il quale viveva come consigliere e fiduciario. Non sapendo frenare a tempo la lingua, l'indovino intravide nei segni del cielo che la bimba, una volta divenuta grande, avrebbe sporcato la propria onestà dando liberamente il suo corpo agli uomini. E' facile capire la reazione del padre che cacciò subito l'astrologo , promettendogli di perseguitarlo fino alla fine dei suoi giorni. La fuga toccò varie città d'Italia e infine Cecco riapprodò a Firenze, in una piccola casa in piazza degli Agli. Nonostante ne avesse passate di tutti i colori, non smise mai di divulgare il suo pensiero e una mattina gli sbirri lo andarono a prendere a casa e lo portarono davanti agli Inquisitori. Passando davanti a Santa Maria Maggiore, una donna mise fuori la testa da una finestra, gridando alle guardie di non dargli l'acqua che chiedeva di bere perché si sarebbe salvato. Cecco si volto con occhi spiritati e la maledisse: la testa è ancora là, pietrificata, in una nicchia sulla facciata della chiesa. A dire il vero, la piccola scultura risale a molti secoli addietro, ma pur di fare spettacolo se ne cercano di tutti i colori!




In Santa Croce si tenne il solenne processo durante il quale il negromante non perse mai la calma e ripetè fino all'ultima parola tutto ciò che aveva confessato sotto tortura. Condotto al luogo dell'esecuzione, ormai sfinito dalle botte e dalla sete, fu arso vivo insieme a tutti suoi libri, mentre la città assisteva gioiosa alla conclusione di un'esistenza che aveva scosso troppe coscienze.


sabato 14 settembre 2013

I Medici erano medici per davvero?



L'alchimia è una cultura con radici antichissime il cui nome venne usato per la prima volta da Giulio Firmico, contemporaneo di Costantino il Grande, per indicare una scienza segreta che inseguiva il sogno di poter trasformare i comuni metalli in oro, preparare medicinali che potessero curare tutti i mali e distillare elisir capaci di rendere l'uomo immortale. Questa pratica misteriosa aveva totalmente incantato la famiglia Medici, soprattutto Cosimo I che con i figli Ferdinando e Francesco "si affaccendava intorno ad un'immensa varietà di fuochi, di fucine, di fornelli e lambicchi", come riporta fedelmente in suo reportage del 1561 l'ambasciatore veneziano Vincenzo Fedeli. 
Il laboratorio dell'Alchimista di Giovanni Stradano con l'immagine di Francesco I,  in basso a destra

Le preparazioni sperimentate dal granduca erano di ogni tipo: pastiglie impastate con la terra dell'isola d'Elba per curare gli sbocchi di sangue e le febbri, un olio ricavato dal veleno di migliaia di scorpioni contro la peste, e poi pomate, unguenti e balsami per sfidare ogni tipo di malattia. Don Antonio de’ Medici, figlio di Francesco I, portava un pendente di perla all’orecchio sinistro per curare una malattia agli occhi, mentre i denti di squalo finemente triturati guarivano dagli attacchi di epilessia. Un profumo straordinario, capace di incantare chiunque lo odorasse, si poteva ricavare invece dalle ghiandole dello zibetto, un mammifero africano che veniva allevato proprio per questo motivo in grandi serragli nel palazzo mediceo. 
La prima "fonderia" era in Palazzo Vecchio, ma in seguito fu trasferita nel Casino di San Marco dove artisti, artigiani, distillatori e scienziati almanaccavano i più strani esperimenti, sia in campo farmacologico che in quello della lavorazione della ceramica, del vetro e dei metalli. Francesco, sotto la guida di abili maestri, creò addirittura una porcellana artificiale che venne chiamata, in suo onore, "porcellana medicea". A partire dal 1586 l'officina migrò agli Uffizi, dove rimase per circa duecento anni. Nel Seicento era rinomatissima per la sua produzione farmaceutica, pregio che durò fino alla metà del Settecento: i medicinali venivano inviati, in cofanetti d'ebano e in boccette preziose, come regali prodigiosi ai  nobili più importanti e a tutti i sovrani d'Europa e di paesi lontani.






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martedì 3 settembre 2013

La tragica storia di Caterina



Caterina Brogi , splendida fanciulla fiorentina, aveva appena vent'anni quando andò promessa sposa al vecchio e brutto Giustino Canacci, "... svenevole e poco pulito..." che non l'avrebbe voluto neppure una megera. Ma i soldi riescono a comprare quasi tutto, specialmente le ragazze ambiziose, così il matrimonio si fece. Com'era prevedibile, la relazione naufragò subito e Caterina se ne andò a vivere, con la  serva, in una casetta in via dei Pilastri. Una così graziosa creatura non poteva restare sola a lungo : ed ecco, fra altre avventure, apparire addirittura un principe, Jacopo Salviati, già sposato da tempo, ma con un debole per le avventure stuzzicanti. La moglie del nobiluomo, Veronica Cybo Malaspina, "non bella, anzi brutta... di animo non buono, disamabile col marito..." era già avvezza alle intemperanze del coniuge, ma questa volta le cose presero una piega imprevista, la passione era troppo impetuosa e le chiacchere non si contavano; Caterina, inviperita ed umiliata,  pensò di affrontare la rivale, cosa che avvenne nella chiesa di san Pier Maggiore, dopo i Vespri. La Canacci, forte della sua posizione privilegiata, non solo non si scompose, ma la derise davanti a tutti, oltraggiandola oltre misura. L'odio di Caterina si elevò a livelli indicibili, tanto da istigarla ad eliminare la rivale: arruolò dei sicari e, con la complicità di due figli del Canacci, riuscì a farli penetrare nella casa della ragazza che fu uccisa barbaramente, insieme alla fantesca. I corpi smembrati furono poi trasportati in parte in riva all'Arno e altri gettati in un pozzo vicino a sant'Ambrogio, ma la testa di Caterina fu consegnata a Veronica che già meditava la seconda parte del piano. Il giorno dopo infatti, primo gennaio 1634,  prese il capo della nemica e lo nascose in un cestino di frutta fresca, facendolo poi recapitare al principe Salviati, ben coperto da una camicia ricamata, come dono amorevole al suo sposo. Lo sdegno del delitto fu immenso, ma i veri colpevoli non pagarono per il crimine, vista l'amicizia del Granduca Ferdinando II con il padre di Veronica, signore di Massa. Gli unici a farne le spese furono i figli del Canacci: Bartolomeo fu decapitato e Francesco mandato in carcere, dopo ben quattordici ore di torture.
Secondo la versione di Francesco Guerrazzi ne La duchessa di San Giuliano, Jacopo lasciò Firenze e stette via per moltissimo tempo, ma a detta delle cronache dell'epoca, il principe, dopo un breve momento di dolore, ritornò al suo vizioso passatempo fra le braccia di nuove amanti, per poi riapprodare, come sempre aveva fatto, dalla crudele ma paziente moglie.
Dopo una vita di riscatto e di pentimento, Veronica morì, molto anziana,  a Roma, a palazzo Salviati. Si dice che il suo spirito si aggiri, ancora inquieto, nella villa di famiglia a San Cerbone, a Figline Valdarno, ora ospedale Serristori, cercando di raccontare la sua versione dei fatti, completamente diversa da quella che è arrivata fino a noi...






lunedì 2 settembre 2013

Il Diavolo in piazza Duomo



Davanti a Santa Maria del Fiore il vento è quasi sempre forte, sia d'estate, quando quella frescura fa venire voglia di fermarsi a prendere fiato, che d'inverno, mentre la gelida ed insinuante tramontana fa volare le sciarpe e i cappelli come coriandoli. Questo fenomeno naturale, che si spiega per la particolare posizione aperta della piazza, viene interpretato anche da una tradizione popolare che ha per protagonista nientemeno che Satana in persona. No, non è la solita storia del "rifrullo del vento" con Lucifero che inseguiva un santo religioso: questa è più inedita e buffa ed ha veramente dell'inconsueto!
Il diavolo, si sa, è sempre agitato e gli piace il disordine, ragion per cui preferisce la burrasca, i temporali e tutto quello che può portare più scompiglio possibile. Il suo migliore amico era quindi il Vento  e con lui spesso si intratteneva sui monti del Valdarno a chiacchierare del più e del meno. Una mattina, ripassando la lista di tutto quello che dovevano fare, decisero di andare insieme a Firenze a sbrigare ognuno le proprie faccende. Per fare il viaggio di ritorno in piacevole compagnia, si dettero appuntamento all'imbrunire, proprio vicino alla Cattedrale. Il diavolo, che credeva di aver poche cose da fare, si trovò invece impegnato oltre ogni dire nel tormentare e tentare le anime. Passa un'ora, ne passano due e il povero Vento, stanco di star lì come un  babbeo, cominciò a sbuffare dall'impazienza. Si sedette sui gradini della chiesa, soffiando sempre più forte, in attesa del suo compare; ma si vede che il lavoro con i fiorentini era davvero laborioso e interessante, perché il diavolo non si fece più vedere e abbandonò al suo destino l'amico che rimase lì, dov'è tuttora, ansimante e arrabbiato, ad aspettare il ritorno dell'eterno ingannatore.



sabato 31 agosto 2013

Il fico maledetto



Via del Fico è una strada nel cuore del quartiere di Santa Croce che prende il nome da un albero seicentesco cresciuto da quelle parti. In antico si chiamava via del Pepe, in onore ad una delle spezie più ambite e ricercate che fecero arricchire la famiglia  de' Pepi, che qui avevano i magazzini per stivare le loro mercanzie, ma qualche anno dopo il nome cambiò, sembra, anche grazie ad una misteriosa leggenda che aveva per protagonista, guarda caso, proprio un bel fico. 


Nel vicolo c'era un palazzo con un bel giardino, circondato da verdi siepi profumate, nel quale c'era una pianta magica che faceva degli splendidi fichi che nessuno, però, poteva cogliere perché erano protetti da un ringhioso cane nero. Gli sciagurati che erano riusciti a schivare la sorveglianza dell'animale ed avevano mangiato uno di quei frutti, erano stati quasi per morire e mai più avevano ritentato la sorte.  Durante alcuni scavi per riaggiustare il parco, i giardinieri trovarono una lapide, proprio fra le radici dell'alberodannato,  nella quale si avvertiva di non tagliarlo mai,  pena la malasorte eterna. Ma il proprietario, pur sapendo del fatto, non si fece intimidire e decise di togliersi dai piedi quell'ingombrante presenza che tanti danni aveva già fatto e che aveva allontanato amici e conoscenti.  E così dette ordine di procedere: il fico fu abbattuto insieme ai suoi infernali segreti e, come era prevedibile, la sciagura si abbattè subitamente sulla casa: il gran signore che aveva osato sfidare le forze del male, da ricchissimo che era, si ritrovò povero, solo e malato ad elemosinare per le strade fiorentine, sbeffeggiato dai passanti a cui raccontava la sua incredibile storia.


venerdì 30 agosto 2013

La moneta santificata



Il grossone fiorentino era una moneta d'argento chiamata così perché più grande dei comuni spiccioli di taglio minore.Su una faccia c'era un'aquila mentre  sull'altra l'immagine della Beata Vergine Maria con il Bambino. Fin qui, niente di particolare, se non per una misteriosa tradizione che lo fece diventare oggetto di devozione dei fiorentini.






Nel 1392, ad Empoli, un giocatore impenitente perse tutti i suoi averi nell'ennesima partita e, rabbioso come una belva inferocita, dette in escandescenze. Alla vista dell'ultima moneta che gli era rimasta, per impedire all'avversario di mettersela in tasca, la pugnalò con forza e dall'immagine sacra sgorgò un fiotto di sangue. Il grossone ebbe da allora la meritata promozione a reliquia tanto che i frati di Santo Spirito, nel giorno della Passione, la esponevano alla pubblica venerazione e in caso di particolari omelie contro il vizio del gioco e della bestemmia la mostravano dal pulpito come monito per non peccare.




martedì 13 agosto 2013

Il ponte che non c'è


Su Boccaccio è stato scritto veramente di tutto e non starò certo a dilungarmi sulle solite notizie: nato a Firenze nel 1313, è sicuramente uno dei più grandi narratori italiani, basti pensare al suo Decameron che è stato tradotto in moltissime lingue e ispiratore di altrettante storie e novelle. Ma un aspetto sicuramente singolare di Giovanni  non è forse noto a tutti e mi piacerebbe potervelo raccontare. Come di Virgilio, anche di Boccaccio si almanaccava che fosse dedito alla magia. Nella seconda metà dell'Ottocento, Filippo Pananti, poeta toscano, visitandone la casa, così cantava:

Fu nel popolo ed è certa opinione
che il buon messer Giovanni da Certaldo
fosse un celebre mago, uno stregone
che ora si trova in un paese caldo.

Boccaccio amico del demonio? Chi può saperlo!... Una leggenda però vuole che avesse fatto, in gioventù, un patto con il diavolo che, in cambio della sua anima, gli donò il potere del comando: qualunque cosa avesse bramato, l'avrebbe ottenuta. Il desiderio che espresse Giovanni fu strano ed originale: desiderava un posto segreto dove poter essere libero di fare ciò che voleva in compagnia delle sue amiche streghe, non visto da nessuno. Lucifero, esperto costruttore di sogni e di bisogni, gli creò così, in una sola nottata, un poggio fatto con una sportata di terra, pietre e vegetazione che unì alla casa dello scrittore con un ponte di cristallo, invisibile agli occhi della gente comune.


L'altura, da cui si domina tutto il borgo antico e la Val d'Elsa, esiste davvero ma è in realtà una grande costruzione sotterranea, forse un ipogeo etrusco o una tomba ancora più antica. 


Due sono i finali, molto controversi, della misteriosa fiaba medievale: il primo epilogo vuole che il diavolo, stufo delle continue richieste del Boccaccio, trovasse il modo di strangolarlo nottetempo, portando con sé il suo spirito nefando; il secondo, molto più soave e pieno di speranza, vede Giovanni nel letto di morte, con accanto il prete che lo confessa e lo accompagna negli ultimi momenti: Satana, venuto a reclamare l'anima come da contratto, pieno di rabbia com'è suo costume, sparì in una nuvola di zolfo maledicendo tutto e tutti, ma non riuscì a strappare il cuore dell'agonizzante, ormai tornato a Dio.