Traduttore simultaneo

Visualizzazione post con etichetta scienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scienza. Mostra tutti i post

martedì 11 agosto 2015

Girolamo Segato, il pietrificatore

La Basilica di Santa Croce, oltre ad essere uno straordinario gioiello dell'arte gotica fiorentina, è nota a tutti per le tombe di artisti, scienziati e letterati che conserva silenziosamente da secoli, tanto da meritare dal Foscolo nel suo carme “De Sepolcri”, l'appellativo di “Tempio dell'Itale glorie”. Sul pavimento di tutta la chiesa ci sono ben 276 loculi e tanti altri si trovano lungo le pareti.
Dovunque l'occhio si posi ecco nomi di personaggi che hanno fatto la storia di Firenze e non solo: Michelangelo, Galilei, Machiavelli, Rossini, Alfieri e lo stesso Foscolo, che volle essere qui ricordato insieme agli “uomini illustri”. 



Tra le innumerevoli lapidi di ogni foggia e preziosità, ce n'è una davvero singolare che reca uno strano quanto misterioso epitaffio: "Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l'arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell'umana sapienza, esempio d'infelicità non insolito". Ma chi era quest'uomo, sicuramente non comune se è stato seppellito fra tanti egregi signori? Naturalista, cartografo, chimico, viaggiatore intrepido, esploratore curioso e instancabile. Così tante e varie passioni basterebbero da sole a tracciare una personalità di tutto rispetto, ma manca ancora quella più enigmatica, quellache lo ha reso davvero una presenza indelebile nello scenario scientifico: maestro della pietrificazione dei tessuti organici. 

Girolamo Segato nacque, nel 1792, in una cella della Certosa di Vedana, in provincia di Belluno. Fin da ragazzo dimostrò uno spiccato interesse per la natura e nelle sue frequenti gite in montagna raccoglieva piante, fossili, minerali, insetti e piccoli animali che poi studiava e conservava in una sorta di laboratorio allestito nella casa paterna. Nei primi decenni del 1800 partì più volte per l'Egitto partecipando a spedizioni archeologiche e alla realizzazione di canali. Fu proprio durante queste esplorazioni nei templi degli antichi Faraoni che si imbatté, per la prima volta, nei corpi mummificati di persone e animali e ne rimase talmente affascinato da non riuscire a pensare ad altro. Dopo esser rimasto per sei lunghi giorni fra le cieche cave sepolcrali della piramide di Abuyr, rischiando di lasciarci la pelle, ne uscì completamente trasformato nel corpo e nello spirito. Al suo ritorno in patria, dopo un breve soggiorno a Livorno, si stabilì definitivamente a Firenze dove iniziò la sua febbrile attività di mummificazione tutto preso dal fermare l'inarrestabile processo di decomposizione dapprima solo di rettili, insetti, ratti e uccelli e poi spingendosi sempre più oltre fino a giungere agli esseri umani, complici gli studenti di anatomia che gli passavano qualche reperto avanzato dalle autopsie. Il metodo, segretissimo e mai rivelato ad alcuno, probabilmente appreso da un millenario papiro, funzionava alla perfezione, ma non ebbe mai consensi e fu soprattutto osteggiato dalla Chiesa fedele al motto biblico “polvere sei e polvere ritornerai” che lo ribattezzò con scherno “mago egiziano” per le sue oscure arti eretiche. Nonostante questo triste scenario, Girolamo trovò qualche rara tregua di felicità, soprattutto quando conobbe la poetessa Isabella Rossi alla quale regalò due pesciolini mummificati e un anello che aveva per gemma delle gocce del suo sangue pietrificato, sotto espressa richiesta della donna amata. Famosissimo ormai ovunque e altettanto contrastato, continuò il suo lavoro di ricerca, ma deluso e intristito per i troppi ostacoli disseminati sul suo cammino, non ultimi i gravissimi problemi economici che gli impedivano di continuare a vivere sereno e la paura di essere derubato dei suoi appunti, un giorno decise di bruciare tutti ciò che aveva scritto sulla pietrificazione e appena dieci giorni dopo morì, a soli 44 anni, poverissimo, portando con sé il suo segreto. 



 

La maggior parte dei suoi esperimenti, scampati alla disastrosa alluvione del 1966, sono oggi raccolti nel Museo del Dipartimento di Anatomia, Istologia e Medicina Legale dell’Università degli Studi di Firenze: un busto di donna simile a marmo color avorio, una zaccagna ossia l'integumento capillizio di una giovanetta da cui fluiscono lunghi capelli biondi, una testa di bambina dalla pelle giallastra e incartapecorita ma con lineamenti ancora rinoscibili, un piano da tavolinetto intarsiato composto da 214 pezzi anatomici resi simili a pietre dure che doveva essere un dono per il Granduca che disgustato rifiutò l'omaggi, e un'infinità di braccia, mani, piedi feti, animali e prove di laboratorio d'ogni genere, compresa una bella fetta di salame che conserva ancora il suo colore originale. 





I lavori del Segato sono stati molte volte oggetto di studio approfondito, ma finora nessuno è mai riuscito a risolvere l'inviolato mistero.

martedì 25 novembre 2014

Il Serraglio di Boboli

Nel 1677 il Granduca Cosimo III fece costruire un originale serraglio nel Giardino di Boboli dove furono collocati "rarissimi Animali condotti dalle più remote Regioni....  tanto Volatili, che Quadrupedi racchiusi in diversi spartimenti, e recinti, separati gl'uni dagl'altri, come pure in uno di questi molti di essi animali già morti, quali seccati, e ripieni, appariscono nell'istessa forma, come se vivi fossero". Luogo di curiosità e diletto, il piccolo zoo era una tappa obbligata durante le feste e le passeggiate, ma anche un privilegiato luogo di studio per scienziati come Francesco Redi e per artisti del calibro di Bartolomeo Bimbi e Andrea Scacciati, importanti pittori di natura morta di età tardobarocca. 



Gli animali  esotici, che provenivano da ogni parte del mondo, erano stati appositamente catturati per il serraglio oppure ricevuti in dono da sovrani di paesi lontani: uccelli d'ogni tipo in eleganti voliere, cicogne, struzzi, pappagalli, "granbestie feroci" come leoni, puma, linci e ghepardi, insieme a cervi, gazzelle, fagiani, "cani di  Spagna", scorpioni e serpenti. C'era anche una "Stanza delle Scimmie" dove i buffi animaletti affascinavano i visitatori con i loro abili equilibrismi e  furbe moine per avere uno spicchio di mela  o un biscotto. Risale al 1655 l'arrivo di un "giovine" elefante africano femmina che doveva deliziare gli spettatori con "varii giuochi" ma che purtroppo morì quasi subito per indigestione e scarso movimento. Un'altra straordinaria  presenza  fu un massiccio ippopotamo,  forse arrivato in dono dal Viceré d'Egitto, oppure, come sembrano più verosimilmente dimostrare altri fonti storiche, già presente in Boboli fin dal 1677 per il volere di Cosimo III, letteralmente innamorato della sua collezione di animali rari. Leggenda vuole che Pippo - così veniva affettuosamente chiamato - abbia sguazzato per lungo tempo in una grande vasca del giardino, incatenato in cattività, come tristemente testimonia l'impronta di una robusta corda sul suo collo. Quando morì fu consegnato ad un imbalsamatore perché ne tramandasse ai posteri l'immagine, ma il tassidermista di corte probabilmente non era all'altezza della situazione: ricucì alla bell'e meglio la pelle intorno ad una colata di gesso che simulava la forma originale, si arrangiò nella ricostruzione degli arti e dipinse di rosso acceso la bocca spalancata nella quale spiccavano i temibili denti.




Il "giardino bizarro" continuò ad arricchirsi di nuovi esemplari finché nel 1772, con l'avvento dei Lorena, gli animali furono in parte trasferiti a Pratolino, altri alla menagerie del Belvedere di Vienna ed altri ancora soppressi e destinati al Museo di Storia Naturale della Specola. Nel 1785, il Granduca Leopoldo si disfece definitivamente del bel serraglio e dette ordine a Zanobi del Rosso di trasformare il locale in un raffinato tepidario per gli agrumi che durante l'estate adornano la fontana dell'Isolotto.










venerdì 1 novembre 2013

La bottiglia di Leonardo



Tra le migliaia di bottiglie di vetro destinate agli usi più diversi, ce n'è una con un nome davvero strano: è la "bottiglia fiorentina", una sorta di alambicco panciuto, alto pressappoco 45 centimetri, con un'elegante linea slanciata di stampo rinascimentale. Essendo un apparecchio che serve alla distillazione, come denunciano i suoi due colli, uno lungo e sottile, l'altro ritorto, viene da chiedersi perché abbia meritato un nome così strano. La risposta va ricercata nel suo creatore, l'eclettico Leonardo da Vinci, che la disegnò per gli antichi farmacisti fiorentini del XVI secolo, dedicandola soprattutto agli speziali di Santa Maria Novella che la usavano per sublimare i loro preziosi profumi ed elisir.




Nel 1553, Caterina de' Medici, sposa di Enrico II, portò alla corte francese tutto quello che le era caro, dalle ceramiche alle stoffe fino ad uno stuolo di servitori ed esperti che dovevano ricreare il raffinato ed ingegnoso ambiente fiorentino anche in terra straniera. Tra piatti, tazze e caraffe, c'era anche lei, la "bottiglia fiorentina", subito apprezzata dai profumieri d'oltralpe per la sua capacità di separare egregiamente gli oli essenziali dall'acqua, tant'è vero che a Grasse, in Provenza, ne esiste ancora una, nella sala principale del Museo del Profumo. Se ne possono ammirare altri esemplari anche a Firenze, nell'Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella, ormai pensionate dopo tanti anni di onorato lavoro. Ben riposte nelle vetrine della Sala dell'antica Spezieria, fanno compagnia a tanti altri strumenti preziosi ed antichi con i quali sono stati create le inimitabili essenze, gli unguenti, i saponi che ancora oggi vengono preparati con la stessa perizia di allora.






mercoledì 28 agosto 2013

Quel gran cuoco di Leonardo



Che Leonardo fosse un genio poliedrico non ci sono dubbi, ma che si interessasse anche di cucina non me l'aspettavo proprio! Eppure le sue "annotazioni gastronomiche" che ci arrivano dal Codex Romanoff, ritrovato in Russia nel 1865 fra i tesori degli Zar, parlano chiaro. A dire il vero c'è chi sostiene che siano una "bufala" e che a scriverli non sia stato lui, o almeno non totalmente, ma da Leonardo c'è da aspettarsi veramente di tutto, visto che, tra l'altro, il cuoco l'ha fatto per davvero! A vent'anni entrò come apprendista nella bottega del Verrocchio ma, dato che la paga lasciava molto a desiderare, decise di raggranellare qualche altro soldo facendo il cameriere nella Taverna delle Tre Lumache, vicina al Ponte Vecchio. Il ragazzo, si vede, ci sapeva fare tant'è che il proprietario, dopo la misteriosa morte di tutti i suoi cuochi per avvelenamento, lo promosse in cucina. Rigoroso e innovativo, Leonardo si mise "a civilizzare" i piatti, riducendo le porzioni esagerate e presentando i cibi con raziocinio ed eleganza. Naturalmente i cambiamenti non piacquero agli avventori, abituati a rimpinzarsi con enormità di pietanze e il giovane cuciniere dovette darsela a gambe per non essere linciato! Ma si rifece aprendo una locanda con l'amico pittore Sandro Botticelli, battezzandola Taverna delle Tre Rane, che però ebbe poco successo: saranno stati i piattini da nouvelle cousine oppure i menu scritti da sinistra verso destra, però la gente non ci andava e fu chiusa quasi sul nascere. Leonardo, stanco e deluso, non trovando più lavoro come cameriere - chissà perché?! - se ne andò alla corte di Ludovico il Moro come tuttofare, dopo aver scritto una lettera di autopresentazione che suonava così:


Io non ho rivali nel costruire ponti, fortificazioni e catapulte; e anche altri segreti arnesi che non ardisco descrivere su questa pagina. La mia pittura e la mia scultura reggono il confronto con quelle di qualunque altro artista. Eccello nel formulare indovinelli e nell'inventare nodi. E faccio delle torte che non hanno uguali.

Fu proprio a Milano che Leonardo dette il meglio di sè: inventò i più miracolosi aggeggi da cucina come il cavatappi, il trita aglio e l'affettatrice. A tavola, per evitare la disgustosa abitudine di pulirsi la bocca alla tovaglia, creò dei pezzetti di tela, uno per commensale, antesignani dell'odierno tovagliolo.
Fra le altre diavolerie sembra che il grande pensatore abbia ideato anche una macchina per fare gli spaghetti, che custodiva gelosamente non mostrandola mai a nessuno.




Tornando al Codex Romanoff dal quale eravamo partiti per spiare i risvolti segreti della vita di Leonardo, scopriamo una serie di ricette, dalla zuppa di cavallo a quella di rana, e di norme per evitare le abitudini sconvenienti a tavola, quasi un prototipo del famoso Galateo di Monsignor Della Casa.
Queste regole sono troppo belle, che siano state scritte da Leonardo o meno; eccone alcune:

- Non sedere in braccio ad altri ospiti, non sedersi sul tavolo, né appoggiarvi la schiena 
- Non posare la testa sul piatto. 
- Non mettere bocconi masticati nel piatto del vicino. 
- Non pulirsi l’armatura a tavola. 
- Non nascondersi il cibo nella borsa o negli stivali per magiarseli in seguito. 
- Non leccare il vicino. 
- Non roteare gli occhi e fare smorfie paurose. 
- Lasciare la tavola se si deve orinare o vomitare. 
- Non fare allusioni o trastullarsi con i paggi di Ludovico il Moro. 





lunedì 5 agosto 2013

Che tempo fa?

Quando ancora non c'era la televisione e il computer, tantomeno le stazioni meteo in diretta, come facevano i fiorentini a sapere se menava a pioggia o se, invece, la giornata volgeva al bello? Bastava andare sotto alla Loggia dei Lanzi dove, sulla parete dietro alle innumerevoli statue, c'erano un barometro ed un termometro che prevedevano gli umori del tempo. 
Questa ingegnosa trovata, risalente all'Ottocento, fu pensata da tre illustri nomi fiorentini: il marchese Cosimo Ridolfi, studioso di problemi scientifici e Ministro della Pubblica Educazione, e due eruditi padri Scolopi, Giovanni Antonelli, fisico e meteorologo, e Filippo Cecchi, direttore della Specola Astronomica Fiorentina.


Il barometro a bilancia e il grande termometro metallico purtroppo ora scomparso, rimasero al loro posto per molto tempo, fino agli anni '30, quando vennero rimossi perché ritenuti poco adatti a condividere la preziosità delle sculture della Loggia dell'Orcagna: dopo una "quarantena" in un deposito della Soprintendenza alle Gallerie, quello che resta dei quadranti originali di marmo si trova  oggi su un pianerottolo del Museo di storia della Scienza con una targa che ne ricorda l'origine e la storia.

domenica 4 agosto 2013

Le "reliquie" di Galileo




In una vetrina del Museo di Storia della Scienza c'è un cimelio davvero strano: il dito della mano destra di Galileo Galilei. E' contenuto in un'ampolla di vetro con base alabastrina sulla quale è incisa un'iscrizione in latino dettata dall'astronomo pisano Tommaso Perelli che esalta i pregi umani e intellettuali di Galileo. Nonostante che il grande scienziato fosse tumulato nella Basilica di Santa Croce, non fu possibile dedicargli un sepolcro degno delle sue virtù perché era morto come eretico e non si doveva «... frabricare mausolei al cadavero di colui che è stato penitentiato nel Tribunale della Santa Inquisitione, ed è morto mentre durava la penitenza ... ».
Finalmente, il 12 marzo 1737,  i resti del grande astronomo toscano furono traslati nella tomba monumentale voluta da Vincenzo Viviani, suo ultimo discepolo. 





Durante l'operazione, il proposto Anton Francesco Gori ebbe l'idea di sottrarre alla salma una delle dita per celebrarne la memoria.
ll reperto cominciò da allora un lungo viaggio: rimase per molto tempo esposto nella Biblioteca Laurenziana, ma nel 1841,  fu trasferito nella Tribuna di Galileo, nel Museo di Fisica e Storia Naturale. Insieme agli strumenti mediceo-lorenesi, passò infine, dal 1927, nel Museo di Storia della Scienza.
Ma il dito non è la sola "reliquia" nota di Galilei: una vetrebra, infatti, è conservata all'Università di Padova, rubata da Antonio Cocchi, professore di anatomia; un dente e altre dita, pollice e medio, sono stati fortunosamente ritrovati grazie ad un collezionista privato.
Ora siamo a posto: tutto quello che fu prelevato nel macabro rito da Anton Francesco Gori, dal marchese Vincenzio Capponi e da Antonio Cocchi, è tornato alla luce. E meno male che il naturalista Targioni Tozzetti si limitò ad arraffare solo questi resti, perché voleva anche appropriarsi del cranio di Galileo che aveva racchiuso una così eccellente genialità!