Traduttore simultaneo

Visualizzazione post con etichetta luoghi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta luoghi. Mostra tutti i post

mercoledì 17 febbraio 2016

E gli stemmi stanno a guardare...



Il Palazzo dei Priori, che domina piazza della Signoria, ha in sé tutta la fierezza di un maestoso condottiero che ha saputo attraversare i secoli con grande dignità resistendo alle ingiurie del tempo, alla furia delle alluvioni, alla rabbia del popolo e all'assedio dei nemici. Nel 1353 furono dipinti, sotto agli archi che sostengono il ballatoio, gli stemmi della Repubblica che simboleggiano tutta la forza e l'equilibrio politico della Firenze medievale. I colori, sbiaditi dal tempo, vennero abilmente rinfrescati nel 1840 dal pittore Antonio Martini e poi, nel 1955, nuovamente restaurati dai fratelli Benini. Gli scudi erano nove, ma sono stati ripetuti due volte per esigenze stilistiche d'uniformità. Non è facile capirne il significato, così, a prima vista, se non si conoscono le vicende che sono legate alla loro storia. Vediamo quindi di interpretali insieme:


Primo scudo - la croce del popolo, rossa in campo bianco;
secondo scudo - il giglio rosso in campo bianco, simbolo della città guelfa che ricorda quando, nel 1250, i ‘buoni uomini di Firenze’ si sollevarono, cacciarono il podestà allora in carica, rinnovarono tutti gli uffici cittadini e si diedero un nuovo governo e nuove leggi;
terzo scudo - dimezzato in bianco e in rosso, testimonia l'unione e la lega di Fiesole con Firenze, sacrificando i fiorentini il loro giglio bianco e i fiesolani la loro mezza luna rossa;
quarto scudo - le due chiavi d'oro di san Pietro in campo azzurro che rappresentano la Chiesa e il papato;
quinto scudo - il motto “Libertas” a lettere d'oro su campo azzurro, lo stemma dei Priori che fu adottato sul finire del secolo XIII quando Firenze si liberò dalla subordinazione agli imperatori;
sesto scudo - l'aquila rossa, con un giglietto d'oro in testa e un drago verde fra gli artigli, l'insegna che i Guelfi ricevettero da papa Clemente IV quando andarono, nel 1200, ad aiutare il re Carlo d'Angiò nella guerra contro Manfredi di Sicilia;
settimo scudo – il giglio bianco ghibellino
ottavo scudo – l'arma di Carlo d'Angiò, seminata di gigli d'oro francesi su campo azzurro, concessa ai fiorentini come ringraziamento per averlo aiutato nella guerra combattuta contro lo Svevo e per avergli accordata la Signoria di Firenze per dieci anni;
nono scudo – l'arma di Roberto d'Angiò, re di Napoli, bipartito in lunghezza a liste rosse, gigli d'oro e un'aquila dimezzata.



Ora che abbiamo capito il segreto che si cela dietro ogni figura, potremo aggiungere un altro pezzettino di storia al lungo trascorrere delle vicende fiorentine.



lunedì 21 dicembre 2015

I segreti di Venere





Quando nell'Ottocento le esplorazioni archeologiche si intensificarono per ricercare testimonianze del mondo ellenistico, non furono poche le sorprese che stupirono gli studiosi. Quasi tutte le statue avevano, nascoste dalle pieghe degli abiti e dai lineamenti dei volti, tracce del colore che aveva abbellito le labbra e le guance, esaltata la trama delle vesti, acceso di vita gli occhi e fatti risplendere i capelli. La scoperta fu travolgente e sensazionale, ma non tutti l'accolsero favorevolmente perché, fino ad allora, il mito della Grecia classica si era sempre incarnato nell'aspetto candido e levigato di sculture e bassorilievi ed era difficile digerire una notizia così rivoluzionaria. Ma i fatti parlavano chiaro e non si potevano certo ignorare, anche se i fedelissimi al “bianco assoluto” fecero di tutto per non cedere alle nuove rivelazioni, arrivando persino a suggerire di ricolorare le statue con una bella verniciata purificatrice. 

La Venere pudica degli Uffizi


Anche la Venere dei Medici del I secolo avanti Cristo, regina incontrastata degli Uffizi, non era pallida come appare adesso: Nel 2012, grazie ai finanziamenti della fondazione non-profit Friends of Florence, un accurato restauro ha messo in luce il vero aspetto della splendida statua, simbolo della bellezza antica nel periodo neoclassico, definita dal critico d'arte inglese John Ruskin “una delle più pure ed elevate incarnazioni della donna mai concepite”.


La bocca rossa, la chioma solcata d'oro fino, i fori ai lobi delle orecchie per adornarla con preziosi monili la facevano assomigliare ad una vera donna, altro che l'elegante ma fredda immagine che vediamo oggi! I turisti del Settecento la ricordavano, nei loro diari di viaggio, con ancora i capelli leggermente indorati, un'altra viva testimonianza che la bella dea era nata ben diversa da com'era poi diventata. Ma, a causa delle tante vicende collezionistiche che l'hanno vista protagonista, non ultimo il ratto da parte di Napoleone, e in seguito a delle vistose lisciature del marmo, il colore si è definitivamente spento e solo oggi, con strumenti d'indagine sempre più avanzati, si è potuto capire come appariva in tutta la sua brillante solarità. Dove non arriva l'occhio, entra in campo la scienza che riesce a rivelare segreti preziosi per restituirci ogni opera così come era uscita dalle mani dei grandi artisti.



Prove di colore su calchi in gesso

Prove di colore su calchi in gesso
Prove di colore su calchi in gesso






mercoledì 9 dicembre 2015

Battaglia navale? Non direi proprio!

Il “bel San Giovanni di Dante” è una delle chiese più antiche di Firenze. La data della costruzione non è certa, ma si ritiene attendibile che sia iniziata nel 1059, quando il Battistero fu consacrato da papa Nicola II, nel momento in cui fu posta la prima pietra. Nell'anno 1150, come ci racconta il Villani nella sua “Nuova Cronica”, fu collocata la lanterna e nel 1202 fu aggiunta l'abside rettangolare, che nel linguaggio popolare venne chiamata “scarsella” perché ricordava vagamente la forma della borsa di cuoio che i signori medievali si allacciavano alla cintura.

A lato della tribuna, perfettamente incastonato fra i pregevoli marmi bianchi di Carrara e quelli verdi di Prato, appare un bassorilievo assai difficile da decifrare perché consumato dal logorio dei secoli. I fiorentini lo conoscono come “La battaglia navale”, forse perché già anticamente veniva chiamato così, almeno dal 1700, periodo in cui il Richa scrisse nelle “Notizie Istoriche delle Chiese Fiorentine” di: “ … un basso rilievo in marmo lungo due braccia rappresentante un combattimento navale...”. Si tratta, quasi certamente, di un sarcofago d'epoca paleocristiana rinvenuto nella zona, visto che alla fine dell'Ottocento, scavando sotto al Battistero, vennero alla luce i resti di alcune domus romane con splendidi pavimenti a mosaico che in un primo momento furono scambiate per impianti termali.



Esaminando con cura quel resta del pregevole fregio, costituito da due pezzi riassemblati insieme, si ha una sorpresa che rovescia completamente la convinzione che si tratti di un combattimento in mare aperto. All'interno di una guarnizione ondulata si levano alcune figure, purtroppo molto sciupate, che animano due diverse scene: nella destra , un contadino porta l'uva ai vendemmiatori che la pestano in una conca bassa e allungata, mentre più a sinistra alcuni garzoni sono intenti a caricare e scaricare dei sacchi verso un'imbarcazione di foggia romana, quella che aveva dato adito all'errata comprensione dell'opera. La lettura più verosimile, allora, sembra essere quella legata all'attività svolta dal defunto a cui era destinato il sepolcro, presumibilmente un mercante che si era arricchito con il commercio del vino e che voleva essere ricordato per il suo lavoro operoso. Ma resta sempre da chiarire il perché il sarcofago sia stato inserito nell'architettura del Battistero. Attraverso un'analisi iconografica dei componenti del bassorilievo, forse, se ne può capire la ragione: il vino, frutto della terra e del lavoro dell'uomo, è il simbolo cattolico del sangue di Cristo, mentre la barca è il traghetto che permette alle anime, liberate dal corpo, di raggiungere il Paradiso passando dalla riva dei viventi a quella dei morti. Perciò, la composizione, sia pur formata da parti frammentarie, si unisce, non solo stilisticamente, ma anche idealmente al Battistero, creando una sublime armonia di sacralità. Ho tentato, con non poche difficoltà e scarso successo, di riprodurre in un disegno l'aspetto che doveva avere il bassorilievo originale: si possono notare più distintamente tutti i personaggi e i loro movimenti, sgombrando così una volta per tutte ogni possibile attinenza con la famosa battaglia navale con cui è stato ingiustamente battezzato per troppo tempo!


Riproduzione, a matita, dello schema originale del bassorilievo




lunedì 23 novembre 2015

Che ore sono?



Non tutti gli orologi funzionano allo stesso modo, ce ne sono alcuni che camminano all'indietro come i gamberi. Non si tratta del meccanismo che si è guastato e delle lancette impazzite, ma solo di un diverso modo di calcolare il tempo. A Firenze, ad esempio, fino al 1750, vigeva l'Hora Italica che misurava il giorno da un tramonto all'altro, un metodo che risale addirittura all'epoca di Giulio Cesare che nel 46 a.C. affidò a Sosigene di Alessandria l'elaborazione di un nuovo calendario basato sul ciclo delle stagioni. L'orologio “giuliano” doveva quindi essere regolato, nell'arco dell'anno, in maniera da tenere sempre come ultima ora del giorno quella del calare del sole perché, altrimenti, i conti non tornavano più. L'unico vero vantaggio di questo singolare sistema era poter sapere con esattezza quante ore mancavano all'imbrunire, il momento in cui operai e contadini potevano tornarsene a casa dopo una faticosa giornata di lavoro.
Anche la Cattedrale di Santa Maria del Fiore ebbe il suo elaborato congegno a partire dal 1443, affidandone il meccanismo all'orologiaio Angelo di Niccolò e la decorazione al fantasioso pittore Paolo Uccello, uno dei maggiori artisti dell'epoca.
Vasari, nelle sue Vite, ci racconta che “... fece Paolo, di colorito, la sfera dell’ore sopra la porta principale dentro la Chiesa, con quattro teste ne’ canti colorite in fresco” . 
L'affresco, che misura quasi sette metri di diametro, è diviso in 24 formelle bianche intorno ad un cerchio scuro dove ruota la lancetta dorata, ognuna delle quali è contrassegnata da un numero romano, e il tutto è inscritto in un grande quadrato che reca ad ogni angolo un volto d'uomo. Le facce, smagrite e allungate, sono dipinte con ampi chiaroscuri che ne evidenziano i tratti plastici, con gli occhi che guardano in varie direzioni. Alcuni studiosi li hanno identificati con i Quattro Evangelisti, altri con dei profeti, ma non esiste nessun documento che lasci intendere qualcosa di preciso, solo il pagamento registrato al 24 febbraio 1443 “per quattro teste”.


A metà del 1500 l'orologio cominciò a dare problemi ed ebbe bisogno di essere riparato, ma anche nei secoli seguenti numerosi furono gli interventi degli orologiai, non ultima la trasformazione del macchinario con un movimento a pendolo. Nonostante nel 1761 fosse ripristinato il meccanismo originale a contrappesi, il quadrante fu comunque modificato da 24 a 12 ore, visto che era entrata in vigore l'ora alla francese, e anche la lancetta venne sostituita. Fortunatamente, una quarantina d'anni fa, un provvidenziale restauro ha sanato l'affresco e riportato l'orologio alla sua Hora Italica. Ma dopo quasi sei secoli di intenso lavoro, il congegno ha avuto nuovamente bisogno di essere rimesso a nuovo per tutta una serie di guasti e difetti dovuti all’usura del tempo. L’Opera di Santa Maria del Fiore ha affidato l'incarico a due dei massimi esperti del settore, i professori Andrea Palmieri e Ugo Pancani, grazie alla sponsorizzazione della maison di alta orologeria sportiva Officine Panerai.
Finalmente l'orologio del Duomo può continuare a stupire con la sua bizzarra lancetta che corre dalle tenebre al ritorno del sole.




















domenica 25 ottobre 2015

Il corridoio segreto delle Oblate

Monna Tessa nacque a Firenze intorno al 1250 da una famiglia di umili origini e fin da giovane, nonostante si fosse maritata con un tale Tute di professione bastaio, andò a lavorare come governante per i Portinari, ricca famiglia di mercanti fiorentini da cui sbocciò la candida Beatrice, vaghissima fanciulla amata da Dante. Affascinata dalla spiritualità di San Francesco, suo contemporaneo, si dedicò anima e corpo alla cura dei malati e dei poveri tanto che riuscì a smuovere persino il cuore del suo padrone, Folco che nel 1285 donò una somma notevole per fondare l'Ospedale di Santa Maria Nuova, inaugurato solennemente nel 1288. Intorno alla pia figura di Tessa si strinsero ben presto altre donne, tutte appartenenti alla nobiltà fiorentina, che animate dai suoi stessi valori decisero di dedicare la loro vita a Cristo nel servizio dei bisognosi e presero il nome di Oblate, dal latino “oblatum” che significa appunto totale offerta di sé.


Il loro servizio all'interno dell'Ospedale obbediva ad un “Regolamento” , redatto definitivamente nel 1301, nel quale erano stabilite tutte le loro mansioni: pulizie delle camere, rammendo e cucito della biancheria dei malati, assistenza infermieristica e preparazione delle vivande in base alle malattie dei ricoverati. All'epoca della peste del 1348 lo Spedale contava già due padiglioni, uno maschile vicino a Sant'Egidio e uno femminile su via delle Pappe, ora via Portinari, nome curioso che alludeva alle minestrine somministrate sia agli infermi che ai poveri che si assiepavano numerosi con la loro ciotola di legno ad aspettare gli avanzi delle corsie.



Le Oblate non erano suore e non avevano quindi obbedienza a nessun voto, almeno fino al 1952 quando la Santa Sede le riconoscerà ufficialmente come Congregazione, ma vivevano in clausura, in clima di totale austerità. Il 29 dicembre 1625, a salvaguardia della loro vita riservata, venne addirittura inaugurato un passaggio sotterraneo che univa l'ospedale al convento, ancora oggi segnalato dalle griglie d'ottone e marmo bianco visibili sul selciato della piazza che davano luce al “corridore”.


Un'antica carta del 1700 riporta minuziosamente la via segreta delle Oblate: da una porta sul cortile dell'ospedale con il monumento al conte Galli Tassi si entra in una prima stanzetta oscura da cui inizia una scala di pietra che, scendendo, si ferma davanti ad una vecchia porta sulla quale troneggia un dipinto gravemente compromesso ma che, sicuramente, doveva essere a carattere religioso. Basta varcare la soglia e la galleria appare: alta più di tre metri, con la pavimentazione in mattoni consunti e le mura ammuffite e scrostate dal passare dei secoli. Unico conforto in tanto triste grigiore, è la luce flebile che filtra dalle griglie sul soffitto. Ad un tratto il tunnel si piega ad angolo retto e prosegue per un lungo tratto, ma, improvvisamente, muore in un muro che chiude il passaggio al vecchio convento. Sembra tutto finito eppure, nel silenzio e nell'oscurità, resta ancora l'eco dell'umile andirivieni delle pie donne di Santa Maria Nuova che hanno donato il loro cuore e le loro operose mani senza mai risparmiarsi.

lunedì 19 ottobre 2015

Una passeggiata alle Cascine del Riccio

Quando a Firenze si parla delle Cascine non importa dare tante spiegazioni perché tutti conoscono cosa sono e dove si trovano. Ma se alla parole “cascine” si aggiunge “del riccio” ecco che più di un fiorentino non sa di cosa si stia parlando.




Le Cascine del Riccio è un borgo antichissimo che si trova al crocevia di tre comuni, Firenze, Impruneta e Bagno a Ripoli, ai piedi delle Cave di Monteripaldi attive già dal 1330. 

Le prime notizie storiche dell'abitato risalgono al 1312 quando Enrico VII di Lussemburgo, nel tentativo di aiutare i Bianchi, cinse d'assedio Firenze, accampandosi sul torrente Ema che getta le sue acque nel più ben noto fiume Greve. Fu proprio a quell'epoca che la ricca e potente famiglia Bardi, proprietaria di una lussuosa villa in via delle Cinque Vie e patrona di Monteripaldi, dette asilo ad un gruppo di popolani sfollati, proteggendoli durante l'invasione delle truppe imperiali. Qualche anno dopo, ai Bardi, subentrarono i Ricci, originari di Prato, che possedevano diverse cascine per la produzione del latte nella zona di Pozzolatico di cui a testimonianza ancora resta, in via San Michele a Monteripaldi, un elegante palazzo dalla facciata cinquecentesca nato intorno ad una possente torre medievale che domina la valle.





Un documento risalente al 1363 riporta che erano più di dodici le famiglie residenti nella zona per un totale di una quarantina di persone, tutti dediti al lavoro dei campi. Ma Il vero e proprio borgo detto "del Riccio" nacque dagli scalpellini delle cave di Monteripaldi che costruirono le loro case sulla sponda destra dell'Ema intorno ad un ponte medievale ad arcate battezzato "Iozzi" a causa degli orci (osoli) imprunetani che venivano trasportati verso Firenze proprio attraverso quell'antico passaggio. 



La cava, che forniva preziosa pietraforte per la lastricatura delle strade fiorentine e la costruzione dei più bei palazzi e chiese della città, fra cui il Bargello, Santa Croce e Santa Maria Novella, venne chiusa nell'Ottocento e gran parte di coloro che vi lavoravano dovette trovarsi una nuova occupazione, tornando a fare il contadino nei poderi o improvvisandosi lavandaio, in concorrenza con la vicina Grassina, "paese delle lavandaie", che aveva l'onore di ricevere i capi più fini e preziosi dalle famiglie nobili e benestanti di Firenze. Durante la Seconda Guerra Mondiale il ponte Iozzi fu fatto saltare in aria dai Tedeschi in ritirata, ma subito le forze alleate lo ricostruirono in poche ore con un'energia incredibile, anche se oggi è stato sostituito da una struttura in cemento armato che niente ha a che fare con quello medievale.


Anche se gli iozzi dei catinai non ci passano più, il nome non è mai mutato nel tempo e ha battezzato anche un tratto della breve strada che si dipana sul confine dell'Impruneta.

mercoledì 7 ottobre 2015

Un matrimonio da favola


Oggi va di gran moda avere il proprio “wedding planner” che pensi ad organizzare il matrimonio in ogni minimo dettaglio, ma già nei tempi antichi nobili e aristocratici  ponevano i loro desideri nelle mani esperte di un maestro di casa che aveva l'arduo compito di non lasciare nulla al caso. Una delle feste nuziali più sontuose e fantastiche del passato fu senza dubbio quella  di Maria de' Medici, figlia di Francesco I e di Giovanna d'Austria e nipote del granduca Ferdinando I, con Enrico IV re di Francia. Palazzo Vecchio 5 ottobre 1600 :  va in scena  uno spettacolo indimenticabile con la regia del grande Bernardo Buontalenti che, come sempre, non sbagliava mai un colpo. La cronaca della serata venne invece affidata a Michelangelo Buonarroti il Giovane che stilò secondo l'uso, una  puntuale “Descrizione”  che ci fa rivivere, passo per passo, tutta la spettacolare atmosfera della serata. Nella sala, rischiarata da “infiniti lumi” , un'enorme credenza rivestita di metallo prezioso a forma di giglio di Jacopo Ligozzi per presentare ben duemila pezzi del tesoro mediceo e la tavola degli sposi adorna di così tante prelibatezze e meraviglie da far rimanere a bocca aperta anche il più esigente degli invitati. 



Sulla candida tovaglia di lino finissimo ecco apparire una grandiosa scultura fatta di tovaglioli inamidati, piegati a spina di pesce, con due querce dai rami fronzuti ricoperti di foglie bianche e ghiande d'argento e il tronco fasciato d'edera di tela increspata. E ai piedi degli alberi, scene di caccia con orsi, cervi, cinghiali e perfino un elefante e un rinoceronte.


Poi un corteo di statue mitologiche, forze d’Ercole, uccisioni di leoni e di tori, eroi, mostri, dee, architetture d'ogni genere ed anche Enrico IV a cavallo di zucchero “sodo” cesellate da artisti del calibro di Giambologna, Ligozzi e Cigoli. Per l'occasione, erano stati realizzati anche braccialetti, spille e collane di pasta zuccherina per le trecento dame invitate al matrimonio che forse, alla fine della cena, avranno fatto le veci del dolce! A far da cornice a questa meraviglia, doppi cori, balli, suoni e un Dialogo cantato da Giunone e Minerva con musica di Emilio de' Cavalieri, purtroppo perduta,  su versi di Giovan Battista Guarini.




Ma vogliamo parlare del menù? Un centinaio di portate più o meno elaborate studiate dai cuochi reali e presentate da centinaia di paggi:


24 piatti di freddo: ...Insalate lavorate in bacini... Fragole... Castelli fatti di salame...Fortezze piene d'uccelleti vivi … Prosciutto sfilato a foggia di un gallo... 
Primo servito freddo: ...Fagiani a lanterna... Bianco magnare in fette, Torta verde alla milanese...
Secondo servito caldo: ...Pasticcio a triangoli di carne battuta... Porchette ripiene... Crostata di vitella, Pasticcio ovato d’oglia potrida, Stame o coturnice alla franzese... Paste fatte con le arme del Re e della Regina... 
Di cucina per dare credenza con il freddo: ...Torta di bocca di dama... Ciambellette... Latte mele in bacini, Pere cotogne in gelo, Crostata di cedro..
Formaggi e frutta: ...Marzolino, Ravaggiuoli, Cialdoni, Pesche in vino, Pere, Uve... Carciofi, Sedani...




Chissà come avranno poi fatto gli invitati a tornare, il giorno dopo,  ad assistere all'Euridice a Palazzo Pitti...



Dal 10 marzo al 7 giugno 2015, la Galleria Palatina di Palazzo Pitti, con il patrocinio di Expo Milano 2015, ha ospitato Dolci trionfi e finissime piegature, una mostra  sulla riproduzione di alcune di quelle memoriali sculture in zucchero, oggi dovute alla sapiente manualità della Fonderia a Strada in Chianti  e sui tovaglioli usati per l’apparecchiatura del banchetto,  realizzate dal maestro Joan Sallas, studiando rigorosamente  i rari documenti dell'Archivio di Stato di Firenze.

venerdì 4 settembre 2015

Non facciamo le bizze!




Via delle Pinzochere, che si snoda proprio accanto alla Basilica di Santa Croce, deve il suo nome curioso al colore del saio francescano antico che non era marrone come adesso, ma grigio. San Francesco stesso raccomandava che gli abiti dovevano avere una tonalità neutra come “il vestito delle lodole”, sobrio e modesto “nella foggia e nel colore” perché i religiosi non dovevano certo pensare a farsi belli ma ricalcare nella semplicità l'essenza del creato. Questa particolare sfumatura si otteneva tessendo insieme due diverse lane, una bianco naturale ed una nera, che unite davano vita al famoso “bizzo” o “pinzo”, un bigio marmorizzato simile alle penne delle allodole. A Firenze, le donne che facevano parte del Terz'ordine francescano, indossavano abiti di quella particolare colorazione tant'è che, proprio a causa del loro saio, furono ribattezzate “bizzochere” o “pinzochere”.
Una Pinzochera di Santa Croce



Erano donne di ogni tipo: ex prostitute, vedove, signorine di buona famiglia o di basso ceto, ma tutte avevano in comune il fatto che non potevano maritarsi e metter su famiglia e per questo erano quasi sempre agitate e bisbetiche. Deriva proprio da loro il modo di dire “fare le bizze” che indica un comportamento capriccioso e isterico come appunto si conveniva a delle zitelle insoddisfatte... Il principale scopo delle Pinzochere, che abitavano nel convento di Santa Elisabetta del Capitolo, in via san Giuseppe, era quello della carità cristiana e di tenere pulita e ordinata la chiesa di Santa Croce entrando, prima del sorgere del sole, attraverso un passaggio laterale sul fianco settentrionale della basilica.
Fino al Cinquecento le penitenti continuarono ad usare la porta ma Cosimo I , improvvisamente, decise di chiuderla dopo che gli erano arrivati dei pettegolezzi maliziosi: l'andirivieni delle ragazze, specialmente nelle ore tarde, aveva fatto nascere la convinzione che si incontrassero con i frati del monastero e il granduca, che osteggiava apertamente le compagnie religiose, prese la palla al balzo per cacciarle via. In realtà queste notizie boccaccesche erano solo frutto della fantasia popolare che non perdeva occasione di inventarsi nuove storie di cui sparlare, anche perché sulle Pinzochere e le altre monache vegliavano degli speciali “Ufficiali di notte e dei monasteri” che dovevano vigilare sulla condotta delle donne dedicate a Dio e avrebbero impedito quindi ogni strano comportamento.
Il sottopassaggio segreto, ipotizzato dai benpensanti dell'epoca, non è mai esistito e non se ne è trovato traccia nei secoli. Resta invece una labile traccia della porta, ormai murata e seppellita dietro un sepolcro, unica testimonianza del muto e devoto lavoro delle Pinzochere ormai dimenticate da tutti.

lunedì 24 agosto 2015

Il satiro rubato

Raffaello Borghini, commediografo e poeta fiorentino del Cinquecento, quando descrisse la Fontana del Nettuno di Piazza della Signoria ne fece un ritratto così vivace tanto da sembrare d'esser lì a rimirarla: “Nettuno è alto braccia dieci, e ha fra le gambe tre Tritoni di marmo, posando sopra una gran conca marina, che gli serve per carro, a cui sono in atto di tirarla quattro cavalli. (…) Il gran vaso, in cui l'acqua cristallina (che per molti zampilli salendo in aria ricade), è fatto a otto facce di marmo mistio (…) con molte cose marine (…) e quattro statue di metallo più grandi del naturale, due femmine, figurate per Teti e per Dori, e due maschi, rappresentati due dei marini”. 

E ai loro piedi, un corteo di fauni, ninfe e satiri in bronzo, scattanti e vitali, ad opera del maestro fiammingo Jean Boulogne, più noto come Giambologna, ognuno col suo preciso carattere magistralmente scolpito in volto. 





Ma una delle figure, più precisamente il satiro che guarda l'angolo del Palazzo, è solo una copia, modellata da Francesco Pozzi nel 1831 per sostituire l'originale rubato da una brigata di festaioli durante il Carnevale del 1830. 


Non si sa precisamente come siano andate le cose ma sembra che un gruppo di birboni mascherati da pagliacci facessero un bel girotondo intorno alla fontana, chi rivestito da pagliaccio, chi da Arlecchino, chi da Pulcinella. Ma al mattino, spenti gli ultimi scherzi e schiamazzi, ci si accorse che il deforme Pulcinella che danzava sorretto dagli amici altri non era che uno dei satiri imbacuccato nel camicione bianco della maschera napoletana. 



Probabilmente fu portato all'estero, ma sono solo ipotesi visto che non se n'èsaputo più niente né forse mai si saprà!

lunedì 30 marzo 2015

Le due facce dell'ariete



Il Ponte a Santa Trinita è uno dei più bei ponti di Firenze e, a detta di molti storici dell'arte, uno dei più eleganti e originali d'Europa. Fu costruito, in legno, nel 1252 su commissione dei Frescobaldi ma ebbe vita breve: nel 1259 il gran peso della folla che vi si era assiepata per assistere ad uno spettacolo sull'Arno, lo fece crollare miseramente con grande fragore. Ricostruito successivamente in pietra, fu tribolato nei secoli da tantissime alluvioni che, di volta in volta, lo spazzarono via. Nel 1567, per volere di Cosimo I, Bartolomeo Ammannati costrui finalmente un'opera solida ma leggiadra, su disegno di Michelangelo: una linea modernissima ed audace con tre snelle arcate in pietra arenaria dal tipico colore giallo brunato che si sorreggevano su pile dotate di rostri che, fendendo l'acqua, le proteggevano dal materiale portato dalle alluvioni. 
 

A completare la magnificenza del nuovo ponte furono posti due grandi, bianchi cartigli in marmo sugli archi centrali, sormonti da due teste di arieti, finemente scolpite. Ma, se a prima vista possono sembrare identici, i due fieri animali hanno espressioni totalmente diverse: il caprone che guarda verso il Ponte Vecchio ha un cipiglio truce e preoccupato, sicuramente per l'arrivo delle piene che giungono da monte e possono portare grandi disgrazie alla città;

l'altra capra, quella a valle, è invece molto più serena, come fosse sollevata e confortata dallo scorrere del fiume ormai passato senza recare sciagure. 




Inutile sporgersi dalle spallette per vedere il sorriso dell'uno e il broncio dell'altro perché i musi sono rivolti completamente verso l'acqua e gli unici che possono incrociare il loro sguardo sono i canottieri  e i renaioli che, silenziosamente, solcano il quieto Arno d'argento.