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lunedì 1 febbraio 2016

Il giallo della morte di Isabella de' Medici

Cosimo de' Medici, primo granduca di Toscana, e sua moglie Eleonora di Toledo ebbero undici figli, sette maschi e quattro femmine. Delle bambine venute ad allietare la grande corte fiorentina, ne rimase però solo una: Maria morì a 17 anni, Lucrezia a 16 ed Anna fece appena in tempo a vedere la luce che già lasciava la terra.

Isabella, invece, nata nel 1542, crebbe bella, forte e intelligente, tanto da essere chiamata “la stella di Casa Medici”. “Isabella – scrive lo storico Winspeare - non si faceva solo ammirare ed amare soltanto per le sue doti fisiche, e per il suo carattere vivace e allegro, ma anche per la sua intelligenza e per la sua solida e varia cultura , che rendevano le sue conversazioni piacevoli e brillanti”. Gìà, perché oltre a saper suonare una gran varietà di strumenti musicali, scrivere poesie, danzare graziosamente, parlava correttamente lo spagnolo, il francese ed era protagonista persino delle battute di caccia nel parco della villa sul colle. Inutile dire che il Granduca stravedeva per questa sua figliola tanto straordinaria e la viziava in tutti i modi possibili ed immaginabili: le aveva destinato in dono un palazzo bellissimo, Villa Baroncelli ora Villa del Poggio Imperiale, appuntamento privilegiato per eventi mondani di grande sfarzo e serate culturali allietate da concerti e gare di poesia. Quando aveva poco più di sette anni, Isabella fu promessa in sposa a Paolo Giordano I Orsini duca di Bracciano, rampollo di una delle famiglie più potenti di Roma, e nel settembre del 1558 si celebrò il matrimonio. In onore degli sposi Francesco Corteccia, musicista di corte, creò un mottetto latino e il compositore fiammingo Philippus de Monte un madrigale in cui definiva Isabella più saggia e più bella di Flora. La sera stessa della cerimonia, svoltasi in forma privata, gli sposi partirono per Roma.
G.Paolo Orsini
Ma Isabella tornò presto a Firenze, lontana da quell'orrendo marito, descritto come “una specie di mostro, in cui schifosa obesità era motivo di riso e di scherno” che la trascurava senza far mistero della sua vita dissennata e violenta.

A sorvegliare l'indipendente duchessina, che aveva un comportamento molto chiacchierato fin da giovanetta, Paolo scelse un suo cugino, Troilo Orsini che aveva però il “difetto” di essere troppo ardente e bello. L'incontro fra i due fu galeotto e sbocciò con Troilo quello che non era mai successo col marito, testimoniato da un intenso carteggio pieno di un affetto che andava ben al di là di una semplice parentela. Cosimo, che teneva paternamente d'occhio la figlia era molto preoccupato per le conseguenze di quella storia proibita, ma era certo che, finché fosse vissuto, l'Orsini non avrebbe mai osato torcerle neppure un capello. Ma non potendo essere immortale, anche il Granduca chiuse gli occhi e non appena seppellito, Paolo Giordano mise in atto la sua vendetta, da tanto covata e alimentata dall'odio per essere stato lungamente ingannato.
Era il 16 luglio 1576 e Isabella fu condotta alla villa di Cerreto Guidi dove trovò la sua tragica fine. Scrive il Lapini nel suo “Diario fiorentino”: ”...in lunedì alle ore 18 in circa, morse la signora Isabella... la quale parse a chi la vide un mostro; tanto era nera e brutta. Dissesi che era stata avvelenata; e chi disse che era stata... ammazzata...Che l'Isabella fosse uccisa dal marito con intelligenza del gran duca Francesco non può dubitarsi.. Infatti, pare che a ucciderla con una robusta corda passata intorno all'esile collo fosse stato proprio Paolo Orsini aiutato da un sicario, forse un Cavaliere di Malta, come sembrerebbe dimostrare uno scambio di corrispondenza fra Ercole Cortile, ambasciatore ferrarese, e il Duca d'Este. 

Villa medicea di Cerreto Guidi

Ma esiste anche un'altra versione, quella di una lunga malattia alle vie urinarie e biliari che l'avrebbe ridotta ad uno stato comatoso. Comunque sia andata, poco prima di spirare, Isabella ebbe qualche minuto per "chiedere il perdono dei suoi peccati" mettendosi in pace con se stessa e con il mondo. 
L'astro mediceo fini così tristemente di brillare in una calda notte di mezza estate...

Quella di Isabella e Paolo Giordano resta comunque una delle più conosciute vicende del Rinascimento ispiratrice di romanzieri e poeti di tutte le epoche che hanno, di volta in volta, interpretato la vicenda dandole un colore più rosa o nero a seconda del momento storico in cui sono vissuti.

giovedì 31 dicembre 2015

Ginevra, la sposa fantasma





Nei tempi antichi, quando c'erano delle imprese da raccontare, strane, romantiche o pietose che fossero, le si mettevano in versi e si dava poi il compito ai cantastorie e ai giullari di farle entrare nell'animo della gente. Miti, narrazioni e leggende passavano così di bocca in bocca e diventavano parte della cultura popolare, spesso fondendo immaginazione e realtà per ammantare la vicenda di un alone più affascinante. Chiacchiere di dame e di garzoni, scherzi, avventure di gentiluomini e artisti, tutto diventava fertile materiale per favole e poemi, come le novelle del Boccaccio e del Sacchetti che affondano le radici su fatti realmente accaduti, abilmente poi riaggiustati per renderli più appassionanti. Una delle vicende amorose che ha varcato i confini del tempo è, senza dubbio, quella di Ginevra degli Amieri. Firenze, anno del Signore 1396. La peste era arrivata in città molti anni prima, ma ancora non si contavano le vittime che la Morte Nera continuava a falciare inesorabilmente.



 Fra le poche casate rimaste fatalmente in piedi, spiccava quella degli Amieri che aveva perso quasi tutti i suoi discendenti tranne il capostipite Bernardo e sua figlia Ginevra. La bella diciottenne, colta e intelligente, piaceva a quasi tutti i giovanotti fiorentini, ma il padre, senza chiedere il suo parere, l'aveva promessa in sposa a Francesco Agolanti,  ricco rampollo di una famiglia di commercianti.
Inutile dire, come nel miglior romanzo passionale, che la ragazza era segretamente innamorata di un altro e, per complicare le cose, il giovane, tale Antonio Rondinelli, era anche popolano e di non alto lignaggio. Ma questo matrimonio s'avea da fare e si fece. Dopo la cerimonia, con ancora l'abito bianco addosso, Ginevra ebbe un collasso e fu creduta morta. Tristemente, ma anche velocemente per il sospetto che fosse stata uccisa dalla peste, fu trasportata con il cataletto in una cripta vicino a Santa Reparata.

Durante la notte, Ginevra si svegliò dal profondo sonno e si accorse, con orrore, di essere attorniata da scheletri e cadaveri putrescenti. Con la forza della disperazione, riuscì a smuovere la pesante lastra di marmo che chiudeva l'avello e a uscire all'aperto. Non si sa come, si trascinò dapprima al palazzo del marito e poi alla casa di suo padre, chiedendo aiuto, ma tutti e due gli chiusero porte e finestre in faccia credendola una spettro in cerca di vendetta. Quasi svenuta, bussò allora al portone del Rondinelli che subito la riconobbe e, con infinite cure, le ridette salute e serenità. La notizia che Ginevra era ritornata in vita si sparse presto per tutta la città e Francesco Agolanti si diede da fare per riprendersi la moglie “resuscitata”, denunciandola addirittura al Tribunale Ecclesiastico. Convocata dal Vicario del Vescovo, Ginevra raccontò per filo e per segno la sua incredibile vicenda e anche grazie alle tante testimonianze in suo favore, fu ritenuta innocente e liberata dal vincolo che la legava al marito. Potè così finalmente congiungersi ad Antonio che mai aveva smesso d'amarla e, come cantò un ignoto rimatore, ”vissono gran tempo in festa e 'n gloria, al vostro onore è finita l'istoria”.
Ora, veniamo a noi: sarà tutto vero o è pura fantasia? Molti scrittori del passato si sono messi ad analizzare il poema punto per punto, riuscendo perfino ad individuare il vicoletto da dove era passato il corteo funebre, al fianco della Misericordia: ora si chiama via del Campanile, ma sembra che il nome primitivo fosse via della Morta, in ricordo del triste trasporto del corpo di Ginevra verso la tomba. E ancora, qualcuno aveva rintracciato la lapide non murata vicina al Duomo che per molti secoli recava le iniziali G.A., poi cancellate dal viavai della gente e dai restauri del lastricato che si sono succeduti negli anni.
Luogo dove presumibilmente era la tomba di Ginevra


Il solito avvocato del diavolo mette, però, tutto in discussione soprattutto soffermandosi sulla facilità con cui la Curia Arcivescovile avrebbe reso nullo il primo matrimonio e autorizzato tranquillamente il secondo, come nulla fosse, specialmente in un'epoca in cui per chiudere una storia si ricorreva più facilmente all'uxoricidio che alla Chiesa...

Comunque sia andata, in questo mondo così sterile di sentimenti, è bello credere ad una storia d'amore che è riuscita a sconfiggere persino la morte e ad arrivare immutata fino a noi, nonostante l'incedere del tempo.

lunedì 30 novembre 2015

A tavola con il Magnifico Lorenzo


Lorenzo de Medici lasciò un segno indelebile nella storia fiorentina, tanto da meritarsi il famoso appellativo di Magnifico con cui viene comunemente ricordato da tutti. A dire il vero, Magnifico era il titolo consueto per designare i Messeri a capo della Repubblica Fiorentina, ma lui straordinario lo era per davvero! Estroverso e brillante, amava la vita in ogni sua sfaccettatura, non ultima la buona cucina di cui apprezzava soprattutto gli accostamenti audaci, tipici dell'arte culinaria rinascimentale. Per scoprire cosa prediligesse il nostro Lorenzo, basta curiosare nei suoi Canti Carnescialeschi e nella Neccia da Barberino dove fa una lunga lista dei suoi cibi preferiti che si potevano trovare nelle osterie fiorentine: schiacciate, migliacci, aringhe, cosce di rana fritte, salsicce, fave arrosto ed anche il formaggio, soprattutto il pecorino di Pienza e il “cacio marzolino”. 

Ma sulla ricca mensa nel palazzo di via Larga le portate erano molto più elaborate e abbondanti, con la carne sempre al primo primo posto insaporita con abbondanti spezie e annaffiata dal buon vino toscano per mantenere alto il morale. La lista delle vivande era sempre molto abbondante e, di solito, comprendeva " un primo servizio di credenza ", ossia degli antipasti, " il servizio di cucina", i primi piatti, "il terzo servizio di credenza", il secondo, ed infine dolci e frutta, “ultimo servizio di credenza".



Memorabile il menù del pranzo di nozze per il suo matrimonio con Clarice Orsini, nel 1469: «erano piattagli cinquanta grandi, che ciascuno faceva due taglieri, e ogni tagliere era fra due col suo tagliatore. Le vivande furono accomodate a nozze più tosto che a conviti splendidissimi; per questo credo che facessi de industria, per dare esempio agli altri e servare quella modestia e mediocrità che si richiede nelle nozze, però che non diè mai più che un arrosto. La mattina prima il morsaletto, poi un lesso, poi un arrosto, poi cialdoni e marzapane e mandorle e pinocchi confetti: poi le confettiere con pinocchiati e zuccata confetta. La sera gelatina, un arrosto, frittellette, cialdoni e mandorle e le confetterie. Il martedì mattina in scambio del lesso, erbolati col zucchero in su taglieri: vini; malvagie, trebbiano, e vermiglio ottimo».





















Ma sembra che Lorenzo fosse non solo un buongustaio, ma anche un bravo cuoco tanto che nel suo "Canto de' Cialdonai" ci insegna addirittura a fare i cialdoni.
"Metti nel vaso acqua e farina, quando hai menato, poi vi si getta quel ch'è dolce e bianco zucchero: fatto l'intriso, poi col dito assaggia, se ti par buono le forme (i testi) al fuoco poni, scaldale bene e quando l'intriso nelle forme metti e senti frigger, tieni i ferri stretti. Quando ti par è sia fatto abbastanza, apri le forme e cavane è cialdoni e 'l ripiegarli allor facile riesce caldi: e 'n panno bianco li riponi".










E per digerire tutto questo ben di Dio sicuramente il signore di Firenze avrà bevuto l'Acquarosa di Leonardo da Vinci , fedelmente trascritta nel
Codice Atlantico al foglio 482 recto (ex 177 recto-a): acqua, zucchero e limone colati in tela bianca, da servire fresca, toccasana per gli stomachi provati dal troppo mangiare!

venerdì 13 novembre 2015

Camilla Martelli, la granduchessa mancata.


Cosimo I
Il Granduca Cosimo I, dopo la morte dell'adorata Eleonora di Toledo, non fu più lo stesso. Nonostante fosse ancora abbastanza giovane, non si sentiva più forte e aitante come un tempo e invano cercava di colmare il gran vuoto lasciato dalla moglie con avventurette passionali, malviste dai figli e dalle nuore, la più nota delle quali resta quella con Leonora degli Albizi da cui ebbe un figlio, Giovanni. Precocemente consumato, sempre più irascibile e tormentato dalla gotta e da problemi circolatori, Cosimo dovette mettere fine a quel suo continuo volare di fiore in fiore. Quando nel 1567 conobbe Camilla Martelli capì subito che era quella la donna che gli ci voleva per fermarsi e, dopo appena un anno di fidanzamento segreto e una bimba in arrivo, convolò a giuste nozze, più per mettere a tacere le chiacchiere che per un reale bisogno esistenziale. “Vo' cavare lei e me di peccato” scriveva Cosimo al furibondo figlio Francesco “e chiarire al mondo ch'è mia moglie. Lo fo per la quiete dell'anima e del corpo...”.

Camilla Martelli
Camilla, di soave bellezza e di cortesi maniere, sembrava essere nata apposta per lenire le pene del Granduca e ammorbidire il suo caratteraccio da despota. Era servizievole, affezionata, gentile, ma soprattutto incurante dei molti anni che correvano fra lei e il marito. C'era poi la piccola Virginia a stringere ancora di più quel legame e, chiuso ad ogni rimprovero della sua famiglia, Cosimo continuò ad andare dritto per la sua strada, con la giovane favorita al fianco. Ma Camilla, dopo qualche anno di serena convivenza, cominciò a diventare insofferente e collerica. Forse aveva agognato un futuro da protagonista, ma il marito la costringeva a vivere nell'ombra per non alimentare le antipatie della famiglia Medici, tenendola distante da ogni festa e celebrazione ufficiale. Purtroppo, nonostante l'atto di nozze fosse più che regolare, nessuno la considerava una vera e propria moglie a tutti gli effetti, ma solo una concubina che si era dovuta sposare per chiudere la bocca ai pettegolezzi, particolarmente quella di papa Pio V che aveva espressamente imposto a Cosimo di regolarizzare la sua posizione.
Villa di Poggio a Caiano

Per trovare un po' di riparo dalle tempeste che sconquassavano le loro vite, i coniugi si ritiravano spesso nella villa di Poggio a Caiano, un luogo di armonia e di serenità che più volte aveva rinfrancato l'anima stanca di Lorenzo il Magnifico. Ma anche lì Camilla, almeno a quello che riportavano i maligni servitori, non era lieta., sempre tesa e adirata con il compagno al quale rimproverava di essere assente, debole e musone. Altri testimoni, forse più compassionevoli o di parte, dipingevano invece una scena idilliaca con un continuo susseguirsi di premure e tenerezze tali da non gettare la minima ombra sulla loro felicità.

Il matrimonio di Cosimo e Camilla - Affresco di Casa Martelli


Probabilmente, come sempre, la verità sta nel mezzo. La giovane donna non poteva certo gioire di una vita così tetra e faticosa, disseminata di continue crisi del Granduca, vecchio leone addomesticato dalla malattia, ma ancora pieno di rabbia nel non potere più fare tutto a modo suo. Agli inizi del 1574 le condizioni di Cosimo peggiorarono ulteriormente, divenne quasi muto ed infermo, e nell'aprile dello stesso anno il principe rese l'anima a Dio. Camilla, rimasta sola e senza appoggio, dovette sottostare agli ordini di Francesco I che fece rinchiudere la matrigna nel monastero delle Murate, curata dalle tacite suore che, come lei, passavano la loro giornata “sepolte vive” nella clausura. Ma tante erano le intemperanze dell'indocile ventinovenne, che furono proprio le monache a chiedere di lasciarla andare altrove e fu così trasferita nel convento agostiniano di santa Monica, vicino alla chiesa del Carmine. Nuova casa, vecchio putiferio perché anche qui la Martelli dava in continue escandescenze, urlando notte e giorno che voleva tornare libera per potersi risposare e riscattare la sua infelice esistenza da eterna esiliata.. Finalmente, alla morte del nemico Francesco, Ferdinando I le permise di andare a vivere nella villa di Lappeggi, in aperta campagna. Tutto andò bene per i primi tempi, poi ricominciò il solito finimondo: grida, insulti, nevrosi di ogni genere e poi una follia definitiva, ma così grave e potente da doverla rinchiudere di nuovo in Santa Monica dove si spense, a quasi novant'anni, nella dissennata convinzione di essere stata una delle più amate granduchesse di Firenze.

martedì 3 novembre 2015

L'antica Compagnia del Paiolo




Giovanfrancesco Rustici, valente scultore e pittore del Rinascimento fiorentino, era un uomo eclettico, dalla creatività vivace e inesauribile che riversava non solo nelle sue opere ma anche nella vita di tutti i giorni. Basti pensare che, nel 1512, insieme ad altri undici artisti e poeti, fra i quali Michelangelo, Leonardo da Vinci, Andrea del Sarto, Botticelli, fondò “La compagnia del Paiolo” il cui intento era di sposare l'arte con il cibo attraverso manicaretti scenografici e altrettanto fantastiche tavole imbandite.
Già la scelta del nome parlerebbe da sola, ma per meglio capire lo spirito che animava l'allegro cenacolo leggiamo le parole che lo storico Giuseppe Conti scrisse nel suo libro “Aneddoti e fatti della Storia Fiorentina”: “ … Alle cene ed ai passatempi ciascuno dei dodici componenti poteva condurre fino a quattro persone; ed ognuno aveva l'obbligo di portarsi una cena di sua invenzione; e se si trovava che due avessero avuto lo stesso pensiero, eran condannati ad una pena a piacere del Signore, che era il capo. Questi raccoglieva tutte le cene portate e le distribuiva a suo talento. Appena costituita la Compagnia del Paiuolo, Giovan Francesco Rustici diede una cena ai compagni; e per giustificarne maggiormente il titolo, fece portare nella stanza un tino, che per mezzo di ferri e staffe attaccò per un gran manico al soffitto; e di fuori lo accomodò benissimo con tele e pitture, che rendevan proprio l'idea di un enorme Paiuolo. 


I compagni appena arrivati sulla soglia rimasero sorpresi ed applaudirono a questa bizzarra trovata; ed entrarono ridendo come matti nel tino, dove tutt'intorno c'erano i sedili e nel mezzo la tavola. Lassù dal soffitto, come attaccata al manico, pendeva una bella lumiera, che illuminava l'interno del paiuolo. Quando furono tutti a posto, la tavola si aprì e comparve un albero con molti rami ai quali erano ingegnosamente appesi due piatti colle pietanze per ciascuno invitato. L'albero spariva quando le prime vivande eran finite, e ricompariva via via con altre. Attorno al paiuolo vi erano i serventi, che mescevano preziosissimi vini...".

Di Andrea del Sarto, in particolare, resta famoso un tempio, ispirato al Battistero di Firenze, “ma posto sopra colonne; il pavimento era un grandissimo piatto di gelatina con spartimenti di varii colori di musaico; le colonne, che parevano di porfido, erano grandi e grossi salsicciotti, le base et i capitegli erano di cacio parmigiano, i cornicioni di paste di zuccheri e la tribuna era di quarti di marzapane, nel mezzo era posto un leggio da coro fatto di vitella fredda con un libro di lasagne che aveva le lettere e le note da cantare di granella di pepe e quelli che cantavano al leggio erano tordi cotti col becco aperto e ritti con certe camiciuole a uso di cotte, fatte di rete di porco sottile, e dietro a questi per contrabasso erano due pippioni grossi, con sei ortolani che facevano il sovrano.”.
Il Vasari, nelle sue “Vite” ci racconta che la Compagnia del Paiolo non ebbe però una gran durata, visto che alla fine del Cinquecento la brigata dei cuochi-artisti si era già sciolta. Passarono più di quattrocento anni apparentemente senza attività ma il paiolo fiorentino, che sembrava ormai vuoto e senza senso, continuò a sobbollire silenziosamente e il 18 febbraio 1950 un'altra cerchia di artisti, tra cui spicca il nome di Arnaldo Miniati, che ricalcava le orme di quell'antica del Rustici, presentò al commissariato di pubblica sicurezza di via Sant’Antonino uno Statuto della Compagnia del Paiolo nuovo di zecca che cominciava così: “La Compagnia del Paiolo che oggi sorge a vita, intende promuovere e alimentare un’atmosfera artistica culturale degna delle tradizioni fiorentine” e concludeva, con il tipico spirito arguto nato sotto al Cupolone:

«Gli artigliati del Paiolo voglion questo e questo solo
che chi ha ingegno lo riveli e chi è bischero si celi».

mercoledì 7 ottobre 2015

Un matrimonio da favola


Oggi va di gran moda avere il proprio “wedding planner” che pensi ad organizzare il matrimonio in ogni minimo dettaglio, ma già nei tempi antichi nobili e aristocratici  ponevano i loro desideri nelle mani esperte di un maestro di casa che aveva l'arduo compito di non lasciare nulla al caso. Una delle feste nuziali più sontuose e fantastiche del passato fu senza dubbio quella  di Maria de' Medici, figlia di Francesco I e di Giovanna d'Austria e nipote del granduca Ferdinando I, con Enrico IV re di Francia. Palazzo Vecchio 5 ottobre 1600 :  va in scena  uno spettacolo indimenticabile con la regia del grande Bernardo Buontalenti che, come sempre, non sbagliava mai un colpo. La cronaca della serata venne invece affidata a Michelangelo Buonarroti il Giovane che stilò secondo l'uso, una  puntuale “Descrizione”  che ci fa rivivere, passo per passo, tutta la spettacolare atmosfera della serata. Nella sala, rischiarata da “infiniti lumi” , un'enorme credenza rivestita di metallo prezioso a forma di giglio di Jacopo Ligozzi per presentare ben duemila pezzi del tesoro mediceo e la tavola degli sposi adorna di così tante prelibatezze e meraviglie da far rimanere a bocca aperta anche il più esigente degli invitati. 



Sulla candida tovaglia di lino finissimo ecco apparire una grandiosa scultura fatta di tovaglioli inamidati, piegati a spina di pesce, con due querce dai rami fronzuti ricoperti di foglie bianche e ghiande d'argento e il tronco fasciato d'edera di tela increspata. E ai piedi degli alberi, scene di caccia con orsi, cervi, cinghiali e perfino un elefante e un rinoceronte.


Poi un corteo di statue mitologiche, forze d’Ercole, uccisioni di leoni e di tori, eroi, mostri, dee, architetture d'ogni genere ed anche Enrico IV a cavallo di zucchero “sodo” cesellate da artisti del calibro di Giambologna, Ligozzi e Cigoli. Per l'occasione, erano stati realizzati anche braccialetti, spille e collane di pasta zuccherina per le trecento dame invitate al matrimonio che forse, alla fine della cena, avranno fatto le veci del dolce! A far da cornice a questa meraviglia, doppi cori, balli, suoni e un Dialogo cantato da Giunone e Minerva con musica di Emilio de' Cavalieri, purtroppo perduta,  su versi di Giovan Battista Guarini.




Ma vogliamo parlare del menù? Un centinaio di portate più o meno elaborate studiate dai cuochi reali e presentate da centinaia di paggi:


24 piatti di freddo: ...Insalate lavorate in bacini... Fragole... Castelli fatti di salame...Fortezze piene d'uccelleti vivi … Prosciutto sfilato a foggia di un gallo... 
Primo servito freddo: ...Fagiani a lanterna... Bianco magnare in fette, Torta verde alla milanese...
Secondo servito caldo: ...Pasticcio a triangoli di carne battuta... Porchette ripiene... Crostata di vitella, Pasticcio ovato d’oglia potrida, Stame o coturnice alla franzese... Paste fatte con le arme del Re e della Regina... 
Di cucina per dare credenza con il freddo: ...Torta di bocca di dama... Ciambellette... Latte mele in bacini, Pere cotogne in gelo, Crostata di cedro..
Formaggi e frutta: ...Marzolino, Ravaggiuoli, Cialdoni, Pesche in vino, Pere, Uve... Carciofi, Sedani...




Chissà come avranno poi fatto gli invitati a tornare, il giorno dopo,  ad assistere all'Euridice a Palazzo Pitti...



Dal 10 marzo al 7 giugno 2015, la Galleria Palatina di Palazzo Pitti, con il patrocinio di Expo Milano 2015, ha ospitato Dolci trionfi e finissime piegature, una mostra  sulla riproduzione di alcune di quelle memoriali sculture in zucchero, oggi dovute alla sapiente manualità della Fonderia a Strada in Chianti  e sui tovaglioli usati per l’apparecchiatura del banchetto,  realizzate dal maestro Joan Sallas, studiando rigorosamente  i rari documenti dell'Archivio di Stato di Firenze.

venerdì 4 settembre 2015

Non facciamo le bizze!




Via delle Pinzochere, che si snoda proprio accanto alla Basilica di Santa Croce, deve il suo nome curioso al colore del saio francescano antico che non era marrone come adesso, ma grigio. San Francesco stesso raccomandava che gli abiti dovevano avere una tonalità neutra come “il vestito delle lodole”, sobrio e modesto “nella foggia e nel colore” perché i religiosi non dovevano certo pensare a farsi belli ma ricalcare nella semplicità l'essenza del creato. Questa particolare sfumatura si otteneva tessendo insieme due diverse lane, una bianco naturale ed una nera, che unite davano vita al famoso “bizzo” o “pinzo”, un bigio marmorizzato simile alle penne delle allodole. A Firenze, le donne che facevano parte del Terz'ordine francescano, indossavano abiti di quella particolare colorazione tant'è che, proprio a causa del loro saio, furono ribattezzate “bizzochere” o “pinzochere”.
Una Pinzochera di Santa Croce



Erano donne di ogni tipo: ex prostitute, vedove, signorine di buona famiglia o di basso ceto, ma tutte avevano in comune il fatto che non potevano maritarsi e metter su famiglia e per questo erano quasi sempre agitate e bisbetiche. Deriva proprio da loro il modo di dire “fare le bizze” che indica un comportamento capriccioso e isterico come appunto si conveniva a delle zitelle insoddisfatte... Il principale scopo delle Pinzochere, che abitavano nel convento di Santa Elisabetta del Capitolo, in via san Giuseppe, era quello della carità cristiana e di tenere pulita e ordinata la chiesa di Santa Croce entrando, prima del sorgere del sole, attraverso un passaggio laterale sul fianco settentrionale della basilica.
Fino al Cinquecento le penitenti continuarono ad usare la porta ma Cosimo I , improvvisamente, decise di chiuderla dopo che gli erano arrivati dei pettegolezzi maliziosi: l'andirivieni delle ragazze, specialmente nelle ore tarde, aveva fatto nascere la convinzione che si incontrassero con i frati del monastero e il granduca, che osteggiava apertamente le compagnie religiose, prese la palla al balzo per cacciarle via. In realtà queste notizie boccaccesche erano solo frutto della fantasia popolare che non perdeva occasione di inventarsi nuove storie di cui sparlare, anche perché sulle Pinzochere e le altre monache vegliavano degli speciali “Ufficiali di notte e dei monasteri” che dovevano vigilare sulla condotta delle donne dedicate a Dio e avrebbero impedito quindi ogni strano comportamento.
Il sottopassaggio segreto, ipotizzato dai benpensanti dell'epoca, non è mai esistito e non se ne è trovato traccia nei secoli. Resta invece una labile traccia della porta, ormai murata e seppellita dietro un sepolcro, unica testimonianza del muto e devoto lavoro delle Pinzochere ormai dimenticate da tutti.

martedì 11 agosto 2015

Girolamo Segato, il pietrificatore

La Basilica di Santa Croce, oltre ad essere uno straordinario gioiello dell'arte gotica fiorentina, è nota a tutti per le tombe di artisti, scienziati e letterati che conserva silenziosamente da secoli, tanto da meritare dal Foscolo nel suo carme “De Sepolcri”, l'appellativo di “Tempio dell'Itale glorie”. Sul pavimento di tutta la chiesa ci sono ben 276 loculi e tanti altri si trovano lungo le pareti.
Dovunque l'occhio si posi ecco nomi di personaggi che hanno fatto la storia di Firenze e non solo: Michelangelo, Galilei, Machiavelli, Rossini, Alfieri e lo stesso Foscolo, che volle essere qui ricordato insieme agli “uomini illustri”. 



Tra le innumerevoli lapidi di ogni foggia e preziosità, ce n'è una davvero singolare che reca uno strano quanto misterioso epitaffio: "Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l'arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell'umana sapienza, esempio d'infelicità non insolito". Ma chi era quest'uomo, sicuramente non comune se è stato seppellito fra tanti egregi signori? Naturalista, cartografo, chimico, viaggiatore intrepido, esploratore curioso e instancabile. Così tante e varie passioni basterebbero da sole a tracciare una personalità di tutto rispetto, ma manca ancora quella più enigmatica, quellache lo ha reso davvero una presenza indelebile nello scenario scientifico: maestro della pietrificazione dei tessuti organici. 

Girolamo Segato nacque, nel 1792, in una cella della Certosa di Vedana, in provincia di Belluno. Fin da ragazzo dimostrò uno spiccato interesse per la natura e nelle sue frequenti gite in montagna raccoglieva piante, fossili, minerali, insetti e piccoli animali che poi studiava e conservava in una sorta di laboratorio allestito nella casa paterna. Nei primi decenni del 1800 partì più volte per l'Egitto partecipando a spedizioni archeologiche e alla realizzazione di canali. Fu proprio durante queste esplorazioni nei templi degli antichi Faraoni che si imbatté, per la prima volta, nei corpi mummificati di persone e animali e ne rimase talmente affascinato da non riuscire a pensare ad altro. Dopo esser rimasto per sei lunghi giorni fra le cieche cave sepolcrali della piramide di Abuyr, rischiando di lasciarci la pelle, ne uscì completamente trasformato nel corpo e nello spirito. Al suo ritorno in patria, dopo un breve soggiorno a Livorno, si stabilì definitivamente a Firenze dove iniziò la sua febbrile attività di mummificazione tutto preso dal fermare l'inarrestabile processo di decomposizione dapprima solo di rettili, insetti, ratti e uccelli e poi spingendosi sempre più oltre fino a giungere agli esseri umani, complici gli studenti di anatomia che gli passavano qualche reperto avanzato dalle autopsie. Il metodo, segretissimo e mai rivelato ad alcuno, probabilmente appreso da un millenario papiro, funzionava alla perfezione, ma non ebbe mai consensi e fu soprattutto osteggiato dalla Chiesa fedele al motto biblico “polvere sei e polvere ritornerai” che lo ribattezzò con scherno “mago egiziano” per le sue oscure arti eretiche. Nonostante questo triste scenario, Girolamo trovò qualche rara tregua di felicità, soprattutto quando conobbe la poetessa Isabella Rossi alla quale regalò due pesciolini mummificati e un anello che aveva per gemma delle gocce del suo sangue pietrificato, sotto espressa richiesta della donna amata. Famosissimo ormai ovunque e altettanto contrastato, continuò il suo lavoro di ricerca, ma deluso e intristito per i troppi ostacoli disseminati sul suo cammino, non ultimi i gravissimi problemi economici che gli impedivano di continuare a vivere sereno e la paura di essere derubato dei suoi appunti, un giorno decise di bruciare tutti ciò che aveva scritto sulla pietrificazione e appena dieci giorni dopo morì, a soli 44 anni, poverissimo, portando con sé il suo segreto. 



 

La maggior parte dei suoi esperimenti, scampati alla disastrosa alluvione del 1966, sono oggi raccolti nel Museo del Dipartimento di Anatomia, Istologia e Medicina Legale dell’Università degli Studi di Firenze: un busto di donna simile a marmo color avorio, una zaccagna ossia l'integumento capillizio di una giovanetta da cui fluiscono lunghi capelli biondi, una testa di bambina dalla pelle giallastra e incartapecorita ma con lineamenti ancora rinoscibili, un piano da tavolinetto intarsiato composto da 214 pezzi anatomici resi simili a pietre dure che doveva essere un dono per il Granduca che disgustato rifiutò l'omaggi, e un'infinità di braccia, mani, piedi feti, animali e prove di laboratorio d'ogni genere, compresa una bella fetta di salame che conserva ancora il suo colore originale. 





I lavori del Segato sono stati molte volte oggetto di studio approfondito, ma finora nessuno è mai riuscito a risolvere l'inviolato mistero.

lunedì 8 giugno 2015

... e cadde come corpo morto cade!






I Malespini furono una ricca e aristocratica famiglia fiorentina, molto potente all'epoca di Dante Alighieri, ma la loro stella fulgida cominciò a sbiadire all'inizio del Quattrocento, pur non scomparendo mai del tutto nel firmamento illustre della città. Abitavano in via Vacchereccia, in alte case torri di fazione ghibellina, ora purtroppo distrutte sia per antico odio di stampo politico che per l'ammodernamento della via, più volte rimaneggiata nei secoli. Fra questi "doviziosi e nobilissimi Marchesi", ci racconta il Lasca in una delle sue novelle, ci fu un tale Pancrazio che si trovò, suo malgrado, protagonista di un'avventura al limite dell'incredibile. Il gentiluomo aveva un'amante segreta che abitava a Ricorboli, vicino a San Niccolò. I loro incontri avvenivano solo di notte perché nulla si doveva sapere di quella tresca e il Marchese pagava fior di quattrini i guardiani delle porte perché lo facessero rientrare in città senza dare nell'occhio ad alcuno. Una volta, quando ancora mancava un'ora alle prime luci dell'alba, Pancrazio se ne tornava a casa camminando velocemente per far prima. Giunto vicino al Prato della Giustizia, oggi piazza Piave, dove venivano eseguite le condanne a morte, gli sembrò di vedere dei corpi penzolare dalle forche. Eppure era certo che quei  disgraziati non ci dovevano essere più, l'aveva visto lui stesso il pomeriggio mentre calavano i cadaveri giù dalle funi. 
Allora pensò che fossero degli spettri di anime dannate e profondamente sconvolto, tentò di fuggire, ma rimase impietrito dal gracchiare di una voce che cantilenava "Aspetta, aspetta, ora tocca anche a te!". Mentre raccoglieva le ultime forze per non svenire, vide una nera figura minacciosa scendere dal patibolo e dirigersi verso di lui. Fu un colpo troppo grave per il suo debole cuore e stramazzò a terra, vinto dal terrore. Ma il sinistro carnefice altri non era che la Biliorsa, una povera pazza ricordata anche da Dino Compagni nella sua "Cronica". La donna, girovagando al buio com'era suo costume, aveva raccolto in un campo una decina di grosse zucche che aveva deciso di impiccare per il lungo picciolo, facendo sia la parte del boia che quella del monaco consolatore. Vedendo arrivare Pancrazio, la Biliorsa progettò di fargli fare la stessa fine delle zucche  ma lui, sul più bello, si era accasciato al suolo senza dir parola. Cercò allora di trascinarlo sul patibolo per passargli la corda intorno al collo, ma, vedendo che l'impresa era troppo ardua, abbandonò il suo nuovo passatempo per andare "dove la guidava la sua pazzia"

Frattanto si fece giorno e dei lavoratori, vedendo quel corpo inanimato, lo credettero morto stecchito, così chiamarono subito i becchini che lo trasportarono nella chiesa della Compagnia de' Neri e lo adagiarono in una bara aperta che era lì per caso. Il medico chiamato a constatare l'avvenuto decesso, si accorse invece, fra lo stupore di parenti e curiosi, che Pancrazio era ancora vivo e tanto bene applicò la sua arte che il malato guarì, ma rimase per sempre "tutto spellato e senza un pelo" per la grande paura che gli aveva gelato il sangue nelle vene.

lunedì 4 agosto 2014

Chirurgia plastica nel Rinascimento




Il David, sicuramente uno dei simboli fiorentini più conosciuti in tutto il mondo, fu realizzato dal Buonarroti fra il 1501 e il 1504, dopo mesi di fatiche e di difficoltà di ogni genere. Il candido blocco di marmo era infatti fragilissimo e costellato da numerose fenditure che rendevano pressoché impossibile una buona riuscita. Altri due valenti scultori , Agostino di Duccio e Bernardo Rossellino, si erano cimentati nell'ardua impresa, ma avevano ben presto abbandonato il progetto, sentendosi frenati dalla cattiva qualità della pietra e dalla sua forma troppo slanciata. La sfida fu invece raccolta dall'allora venticinquenne Michelangelo che, sfruttando i primitivi abbozzi fatti dagli altri scultori,  riuscì a liberare dal marmo una delle più belle figure giovanili che si fossero mai viste fino ad allora. Geloso del suo genio e del suo lavoro, fece costruire una palizzata intorno alla sua creazione che, finalmente, si offrì agli occhi dei fiorentini nel maggio del 1504. Naturalmente, allora come ora, c'è chi ha sempre da ridire e anche questa volta il solito presuntuoso non mancò di fare le sue antipatiche osservazioni: quando la scultura era quasi finita, il gonfaloniere della Repubblica Pier Soderini volle andare di persona a verificare i progressi del maestro e, guardando con aria da fine conoscitore la fiera testa ricciuta , affermò decisamente che il naso era troppo lungo e non adatto al resto dei lineamenti più raffinati. Allora il Buonarroti, fine ed arguto come ogni fiorentino che si rispetti, nascose in una mano della minuta polvere di marmo e, facendo finta di aggiustare con lo scalpello il profilo dell'eroe biblico, la lasciò cadere dall'alto dei quattro metri dell'impalcatura su cui si era dovuto arrampicare per fargli credere di rimaneggiare il volto.
Quando Michelangelo scese, con un sorriso sornione domandò al Soderini se il naso fosse  finalmente armonioso come lui desiderava. Questi non ebbe esitazioni ed esclamò:  "Visto che avevo ragione? Ora è davvero perfetto!",  facendo in tal modo la meschina figura che si meritava.


mercoledì 26 marzo 2014

L'Accademia della Crusca




Villa Medicea di Castello, sede attuale dell'Accademia della Crusca
L'Accademia della Crusca è la più antica accademia linguistica del mondo e raccoglie i più emeriti studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana. Sorse ufficialmente a Firenze il 25 marzo 1585, grazie alla "brigata dei crusconi" , un gruppo di letterati fiorentini che, pur giocosamente, si proponevano di purificare la buona lingua dalle scorie, modellandosi agli scritti dei grandi autori del Trecento.
Nel 1590 fu scelto, come simbolo dell'Accademia, il frullone, un cassone di legno che si adoperava per separare la farina dalla crusca e come motto il verso del Petrarca “il più bel fior ne coglie”.


Anche gli oggetti e l'arredamento dell’associazione dovevano avere nomi attinenti al mondo della panificazione, compresi gli stemmi degli accademici, delle pale di legno in cui era dipinta un’immagine simbolica accompagnata dal nome e dal motto scelto.
Nel 1612 fu stampato, a Venezia, il primo "Vocabolario degli Accademici della Crusca" che rappresentò per secoli la risorsa più preziosa per tutti coloro che volevano scrivere in buon italiano.


Oggi l’Accademia della Crusca è il più importante centro di ricerca scientifica dedicato allo studio e alla promozione della lingua italiana, lavoro che fa con impegno e sapienza, sia nella sua sede, la splendida villa medicea di Castello, sia online, mettendo a disposizione del pubblico una Biblioteca specialistica e il proprio Archivio, organizzando seminari e convegni sull’italiano e continuando il proprio pregevole lavoro editoriale.



mercoledì 29 gennaio 2014

Ognuno ha le sue manie!

Giuseppe Galletti era un uomo veramente strano. Nel 1688, dopo aver visto alcune impiccagioni sul pratello della Giustizia, fuori di Porta alla Croce, si lasciò affascinare a tal punto dal triste spettacolo da non riuscire più a pensare ad altro. Eppure non gli mancava niente, era sereno e rispettato, con  il suo bel lavoro di servitore nel palazzo del senatore Vincenzo da Filicaja che lo trattava con tutti i riguardi.
Vincenzo da Filicaja
Ma quando una fissazione si fa strada nella mente non c'è nulla che la possa fermare. Dopo l'ennesima esecuzione, assaporata dalla prima fila  grazie ad una lauta mancia passata al  boia in gran segreto, si mise in testa di voler fare la stessa fine dei condannati a morte, con la corda che gli chiudeva il collo, soffocandogli la vita. Per arrivare al tanto agognato supplizio doveva commettere qualcosa di veramente grave, con prove certe ed inconfutabili che  non lasciassero ombra di dubbio sulla sua colpevolezza. Dapprima cominciò a sottrarre piccole somme al suo padrone, poi via, via sempre più importanti, ma sembrava che il da Filicaia non se ne accorgesse neppure o fingesse di non vedere. Allora pensò di compiere un gesto così estremo che non potesse essere ignorato: una notte, si introdusse scaltramente nella chiesetta di Santa Brigida in via del Paradiso e rubò una piccola campana d'argento, antichissima e di gran valore.
Naturalmente non fece nulla per disperdere le sue tracce, anzi seminò indizi dappertutto, in modo che le guardie riuscissero a trovarlo quanto prima. Fu fermato, arrestato e condannato a morte, non tanto per il furto in sé, quanto per aver oltraggiato il luogo sacro dove la campanella era tenuta con tutte le cure possibili.
Una fosca mattina dello stesso anno Giuseppe Galletti fu condotto sul patibolo, proprio dove aveva ammirato l'agonia di ladri e assassini. Era calmo, fiero del suo gesto, come se non fosse andato incontro alla morte ma ad una festa., tanto che i Confortatori Neri, che accompagnavano i condannati alle esecuzioni, ne rimasero stupiti e in qualche modo, conquistati. Così si concluse l'incredibile vicenda di quest'uomo fuori dal comune che, non contento di vedere la morte altrui, aveva voluto godersi anche la sua fine fino all'ultimo respiro.

venerdì 24 gennaio 2014

Il "corridore" segreto

Palazzo della Crocetta lato via della Colonna


Quando a Firenze si parla di corridoio viene subito a mente il Vasariano, quel lungo passaggio coperto che unisce Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti. Ma esiste un altro "corridore", segreto e dimenticato che unisce il Palazzo della Crocetta, ora sede del Museo Archeologico, con la Santissima Annunziata.

Fu fatto costruire dal granduca Cosimo II, intorno al 1620, per la sorella Maria Maddalena, nata sciancata e "malcomposta nelle membra", per farle raggiungere la basilica dal Monastero della Crocetta, dove viveva insieme alle suore, pur non avendo mai preso i voti.  L'architetto Giulio Parigi ideò un cavalcavia, lungo più di cento metri e largo appena un metro e trenta, che portava direttamente ad un coretto interno alla Santissima Annunziata da dove la povera inferma poteva assistere alle funzioni, protetta da una grata, lontana dagli sguardi dei curiosi. La finestrella, secondo un decreto dell'Arcivescovo, doveva essere "ferrata grossa con una gelosia di legno.... in maniera che la suddetta Principessa e sue donne potessero guardare in Chiesa et non essere vedute"



Nel corridoio erano collocate pitture con immagini sacre, tra le quali una serie di quadri dedicati alla Passione, illustrati con "versi Toscani" che dovevano esplicare "tutti i divini misteri" della via Crucis. La malata era accudita da due fanciulle e due vedove che l'aiutavano quotidianamente e costituivano la sua piccola corte personale, una compagnia ben diversa da quella delle sue sorelle, sane e piene di vitalità, che si inebriavano di sfarzi e di comodità.
Alla morte di Maria Maddalena, nel 1633,  il cavalcavia su via Laura fu demolito, per essere poi stranamente ricostruito nel 1788, e il corridoio imbiancato, mascherando le impronte delle tele che per tanti anni avevano seguito l'infelice passaggio dell'ottava figlia di Ferdinando I. 

Corridoio mediceo visto dall'esterno
Cavalcavia su via Laura
Cavalcavia su via Capponi 



Recenti restauri hanno però riportato alla luce alcune parti del vecchio camminamento, restituendocele in tutta la loro mistica semplicità, con la grata discreta ornata di foglie e di volute e i cuscini stinti e lisi che hanno condiviso le sofferenze segrete della tribolata principessa.