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giovedì 31 dicembre 2015

Ginevra, la sposa fantasma





Nei tempi antichi, quando c'erano delle imprese da raccontare, strane, romantiche o pietose che fossero, le si mettevano in versi e si dava poi il compito ai cantastorie e ai giullari di farle entrare nell'animo della gente. Miti, narrazioni e leggende passavano così di bocca in bocca e diventavano parte della cultura popolare, spesso fondendo immaginazione e realtà per ammantare la vicenda di un alone più affascinante. Chiacchiere di dame e di garzoni, scherzi, avventure di gentiluomini e artisti, tutto diventava fertile materiale per favole e poemi, come le novelle del Boccaccio e del Sacchetti che affondano le radici su fatti realmente accaduti, abilmente poi riaggiustati per renderli più appassionanti. Una delle vicende amorose che ha varcato i confini del tempo è, senza dubbio, quella di Ginevra degli Amieri. Firenze, anno del Signore 1396. La peste era arrivata in città molti anni prima, ma ancora non si contavano le vittime che la Morte Nera continuava a falciare inesorabilmente.



 Fra le poche casate rimaste fatalmente in piedi, spiccava quella degli Amieri che aveva perso quasi tutti i suoi discendenti tranne il capostipite Bernardo e sua figlia Ginevra. La bella diciottenne, colta e intelligente, piaceva a quasi tutti i giovanotti fiorentini, ma il padre, senza chiedere il suo parere, l'aveva promessa in sposa a Francesco Agolanti,  ricco rampollo di una famiglia di commercianti.
Inutile dire, come nel miglior romanzo passionale, che la ragazza era segretamente innamorata di un altro e, per complicare le cose, il giovane, tale Antonio Rondinelli, era anche popolano e di non alto lignaggio. Ma questo matrimonio s'avea da fare e si fece. Dopo la cerimonia, con ancora l'abito bianco addosso, Ginevra ebbe un collasso e fu creduta morta. Tristemente, ma anche velocemente per il sospetto che fosse stata uccisa dalla peste, fu trasportata con il cataletto in una cripta vicino a Santa Reparata.

Durante la notte, Ginevra si svegliò dal profondo sonno e si accorse, con orrore, di essere attorniata da scheletri e cadaveri putrescenti. Con la forza della disperazione, riuscì a smuovere la pesante lastra di marmo che chiudeva l'avello e a uscire all'aperto. Non si sa come, si trascinò dapprima al palazzo del marito e poi alla casa di suo padre, chiedendo aiuto, ma tutti e due gli chiusero porte e finestre in faccia credendola una spettro in cerca di vendetta. Quasi svenuta, bussò allora al portone del Rondinelli che subito la riconobbe e, con infinite cure, le ridette salute e serenità. La notizia che Ginevra era ritornata in vita si sparse presto per tutta la città e Francesco Agolanti si diede da fare per riprendersi la moglie “resuscitata”, denunciandola addirittura al Tribunale Ecclesiastico. Convocata dal Vicario del Vescovo, Ginevra raccontò per filo e per segno la sua incredibile vicenda e anche grazie alle tante testimonianze in suo favore, fu ritenuta innocente e liberata dal vincolo che la legava al marito. Potè così finalmente congiungersi ad Antonio che mai aveva smesso d'amarla e, come cantò un ignoto rimatore, ”vissono gran tempo in festa e 'n gloria, al vostro onore è finita l'istoria”.
Ora, veniamo a noi: sarà tutto vero o è pura fantasia? Molti scrittori del passato si sono messi ad analizzare il poema punto per punto, riuscendo perfino ad individuare il vicoletto da dove era passato il corteo funebre, al fianco della Misericordia: ora si chiama via del Campanile, ma sembra che il nome primitivo fosse via della Morta, in ricordo del triste trasporto del corpo di Ginevra verso la tomba. E ancora, qualcuno aveva rintracciato la lapide non murata vicina al Duomo che per molti secoli recava le iniziali G.A., poi cancellate dal viavai della gente e dai restauri del lastricato che si sono succeduti negli anni.
Luogo dove presumibilmente era la tomba di Ginevra


Il solito avvocato del diavolo mette, però, tutto in discussione soprattutto soffermandosi sulla facilità con cui la Curia Arcivescovile avrebbe reso nullo il primo matrimonio e autorizzato tranquillamente il secondo, come nulla fosse, specialmente in un'epoca in cui per chiudere una storia si ricorreva più facilmente all'uxoricidio che alla Chiesa...

Comunque sia andata, in questo mondo così sterile di sentimenti, è bello credere ad una storia d'amore che è riuscita a sconfiggere persino la morte e ad arrivare immutata fino a noi, nonostante l'incedere del tempo.

lunedì 21 dicembre 2015

I segreti di Venere





Quando nell'Ottocento le esplorazioni archeologiche si intensificarono per ricercare testimonianze del mondo ellenistico, non furono poche le sorprese che stupirono gli studiosi. Quasi tutte le statue avevano, nascoste dalle pieghe degli abiti e dai lineamenti dei volti, tracce del colore che aveva abbellito le labbra e le guance, esaltata la trama delle vesti, acceso di vita gli occhi e fatti risplendere i capelli. La scoperta fu travolgente e sensazionale, ma non tutti l'accolsero favorevolmente perché, fino ad allora, il mito della Grecia classica si era sempre incarnato nell'aspetto candido e levigato di sculture e bassorilievi ed era difficile digerire una notizia così rivoluzionaria. Ma i fatti parlavano chiaro e non si potevano certo ignorare, anche se i fedelissimi al “bianco assoluto” fecero di tutto per non cedere alle nuove rivelazioni, arrivando persino a suggerire di ricolorare le statue con una bella verniciata purificatrice. 

La Venere pudica degli Uffizi


Anche la Venere dei Medici del I secolo avanti Cristo, regina incontrastata degli Uffizi, non era pallida come appare adesso: Nel 2012, grazie ai finanziamenti della fondazione non-profit Friends of Florence, un accurato restauro ha messo in luce il vero aspetto della splendida statua, simbolo della bellezza antica nel periodo neoclassico, definita dal critico d'arte inglese John Ruskin “una delle più pure ed elevate incarnazioni della donna mai concepite”.


La bocca rossa, la chioma solcata d'oro fino, i fori ai lobi delle orecchie per adornarla con preziosi monili la facevano assomigliare ad una vera donna, altro che l'elegante ma fredda immagine che vediamo oggi! I turisti del Settecento la ricordavano, nei loro diari di viaggio, con ancora i capelli leggermente indorati, un'altra viva testimonianza che la bella dea era nata ben diversa da com'era poi diventata. Ma, a causa delle tante vicende collezionistiche che l'hanno vista protagonista, non ultimo il ratto da parte di Napoleone, e in seguito a delle vistose lisciature del marmo, il colore si è definitivamente spento e solo oggi, con strumenti d'indagine sempre più avanzati, si è potuto capire come appariva in tutta la sua brillante solarità. Dove non arriva l'occhio, entra in campo la scienza che riesce a rivelare segreti preziosi per restituirci ogni opera così come era uscita dalle mani dei grandi artisti.



Prove di colore su calchi in gesso

Prove di colore su calchi in gesso
Prove di colore su calchi in gesso






mercoledì 9 dicembre 2015

Battaglia navale? Non direi proprio!

Il “bel San Giovanni di Dante” è una delle chiese più antiche di Firenze. La data della costruzione non è certa, ma si ritiene attendibile che sia iniziata nel 1059, quando il Battistero fu consacrato da papa Nicola II, nel momento in cui fu posta la prima pietra. Nell'anno 1150, come ci racconta il Villani nella sua “Nuova Cronica”, fu collocata la lanterna e nel 1202 fu aggiunta l'abside rettangolare, che nel linguaggio popolare venne chiamata “scarsella” perché ricordava vagamente la forma della borsa di cuoio che i signori medievali si allacciavano alla cintura.

A lato della tribuna, perfettamente incastonato fra i pregevoli marmi bianchi di Carrara e quelli verdi di Prato, appare un bassorilievo assai difficile da decifrare perché consumato dal logorio dei secoli. I fiorentini lo conoscono come “La battaglia navale”, forse perché già anticamente veniva chiamato così, almeno dal 1700, periodo in cui il Richa scrisse nelle “Notizie Istoriche delle Chiese Fiorentine” di: “ … un basso rilievo in marmo lungo due braccia rappresentante un combattimento navale...”. Si tratta, quasi certamente, di un sarcofago d'epoca paleocristiana rinvenuto nella zona, visto che alla fine dell'Ottocento, scavando sotto al Battistero, vennero alla luce i resti di alcune domus romane con splendidi pavimenti a mosaico che in un primo momento furono scambiate per impianti termali.



Esaminando con cura quel resta del pregevole fregio, costituito da due pezzi riassemblati insieme, si ha una sorpresa che rovescia completamente la convinzione che si tratti di un combattimento in mare aperto. All'interno di una guarnizione ondulata si levano alcune figure, purtroppo molto sciupate, che animano due diverse scene: nella destra , un contadino porta l'uva ai vendemmiatori che la pestano in una conca bassa e allungata, mentre più a sinistra alcuni garzoni sono intenti a caricare e scaricare dei sacchi verso un'imbarcazione di foggia romana, quella che aveva dato adito all'errata comprensione dell'opera. La lettura più verosimile, allora, sembra essere quella legata all'attività svolta dal defunto a cui era destinato il sepolcro, presumibilmente un mercante che si era arricchito con il commercio del vino e che voleva essere ricordato per il suo lavoro operoso. Ma resta sempre da chiarire il perché il sarcofago sia stato inserito nell'architettura del Battistero. Attraverso un'analisi iconografica dei componenti del bassorilievo, forse, se ne può capire la ragione: il vino, frutto della terra e del lavoro dell'uomo, è il simbolo cattolico del sangue di Cristo, mentre la barca è il traghetto che permette alle anime, liberate dal corpo, di raggiungere il Paradiso passando dalla riva dei viventi a quella dei morti. Perciò, la composizione, sia pur formata da parti frammentarie, si unisce, non solo stilisticamente, ma anche idealmente al Battistero, creando una sublime armonia di sacralità. Ho tentato, con non poche difficoltà e scarso successo, di riprodurre in un disegno l'aspetto che doveva avere il bassorilievo originale: si possono notare più distintamente tutti i personaggi e i loro movimenti, sgombrando così una volta per tutte ogni possibile attinenza con la famosa battaglia navale con cui è stato ingiustamente battezzato per troppo tempo!


Riproduzione, a matita, dello schema originale del bassorilievo




lunedì 30 novembre 2015

A tavola con il Magnifico Lorenzo


Lorenzo de Medici lasciò un segno indelebile nella storia fiorentina, tanto da meritarsi il famoso appellativo di Magnifico con cui viene comunemente ricordato da tutti. A dire il vero, Magnifico era il titolo consueto per designare i Messeri a capo della Repubblica Fiorentina, ma lui straordinario lo era per davvero! Estroverso e brillante, amava la vita in ogni sua sfaccettatura, non ultima la buona cucina di cui apprezzava soprattutto gli accostamenti audaci, tipici dell'arte culinaria rinascimentale. Per scoprire cosa prediligesse il nostro Lorenzo, basta curiosare nei suoi Canti Carnescialeschi e nella Neccia da Barberino dove fa una lunga lista dei suoi cibi preferiti che si potevano trovare nelle osterie fiorentine: schiacciate, migliacci, aringhe, cosce di rana fritte, salsicce, fave arrosto ed anche il formaggio, soprattutto il pecorino di Pienza e il “cacio marzolino”. 

Ma sulla ricca mensa nel palazzo di via Larga le portate erano molto più elaborate e abbondanti, con la carne sempre al primo primo posto insaporita con abbondanti spezie e annaffiata dal buon vino toscano per mantenere alto il morale. La lista delle vivande era sempre molto abbondante e, di solito, comprendeva " un primo servizio di credenza ", ossia degli antipasti, " il servizio di cucina", i primi piatti, "il terzo servizio di credenza", il secondo, ed infine dolci e frutta, “ultimo servizio di credenza".



Memorabile il menù del pranzo di nozze per il suo matrimonio con Clarice Orsini, nel 1469: «erano piattagli cinquanta grandi, che ciascuno faceva due taglieri, e ogni tagliere era fra due col suo tagliatore. Le vivande furono accomodate a nozze più tosto che a conviti splendidissimi; per questo credo che facessi de industria, per dare esempio agli altri e servare quella modestia e mediocrità che si richiede nelle nozze, però che non diè mai più che un arrosto. La mattina prima il morsaletto, poi un lesso, poi un arrosto, poi cialdoni e marzapane e mandorle e pinocchi confetti: poi le confettiere con pinocchiati e zuccata confetta. La sera gelatina, un arrosto, frittellette, cialdoni e mandorle e le confetterie. Il martedì mattina in scambio del lesso, erbolati col zucchero in su taglieri: vini; malvagie, trebbiano, e vermiglio ottimo».





















Ma sembra che Lorenzo fosse non solo un buongustaio, ma anche un bravo cuoco tanto che nel suo "Canto de' Cialdonai" ci insegna addirittura a fare i cialdoni.
"Metti nel vaso acqua e farina, quando hai menato, poi vi si getta quel ch'è dolce e bianco zucchero: fatto l'intriso, poi col dito assaggia, se ti par buono le forme (i testi) al fuoco poni, scaldale bene e quando l'intriso nelle forme metti e senti frigger, tieni i ferri stretti. Quando ti par è sia fatto abbastanza, apri le forme e cavane è cialdoni e 'l ripiegarli allor facile riesce caldi: e 'n panno bianco li riponi".










E per digerire tutto questo ben di Dio sicuramente il signore di Firenze avrà bevuto l'Acquarosa di Leonardo da Vinci , fedelmente trascritta nel
Codice Atlantico al foglio 482 recto (ex 177 recto-a): acqua, zucchero e limone colati in tela bianca, da servire fresca, toccasana per gli stomachi provati dal troppo mangiare!

lunedì 23 novembre 2015

Che ore sono?



Non tutti gli orologi funzionano allo stesso modo, ce ne sono alcuni che camminano all'indietro come i gamberi. Non si tratta del meccanismo che si è guastato e delle lancette impazzite, ma solo di un diverso modo di calcolare il tempo. A Firenze, ad esempio, fino al 1750, vigeva l'Hora Italica che misurava il giorno da un tramonto all'altro, un metodo che risale addirittura all'epoca di Giulio Cesare che nel 46 a.C. affidò a Sosigene di Alessandria l'elaborazione di un nuovo calendario basato sul ciclo delle stagioni. L'orologio “giuliano” doveva quindi essere regolato, nell'arco dell'anno, in maniera da tenere sempre come ultima ora del giorno quella del calare del sole perché, altrimenti, i conti non tornavano più. L'unico vero vantaggio di questo singolare sistema era poter sapere con esattezza quante ore mancavano all'imbrunire, il momento in cui operai e contadini potevano tornarsene a casa dopo una faticosa giornata di lavoro.
Anche la Cattedrale di Santa Maria del Fiore ebbe il suo elaborato congegno a partire dal 1443, affidandone il meccanismo all'orologiaio Angelo di Niccolò e la decorazione al fantasioso pittore Paolo Uccello, uno dei maggiori artisti dell'epoca.
Vasari, nelle sue Vite, ci racconta che “... fece Paolo, di colorito, la sfera dell’ore sopra la porta principale dentro la Chiesa, con quattro teste ne’ canti colorite in fresco” . 
L'affresco, che misura quasi sette metri di diametro, è diviso in 24 formelle bianche intorno ad un cerchio scuro dove ruota la lancetta dorata, ognuna delle quali è contrassegnata da un numero romano, e il tutto è inscritto in un grande quadrato che reca ad ogni angolo un volto d'uomo. Le facce, smagrite e allungate, sono dipinte con ampi chiaroscuri che ne evidenziano i tratti plastici, con gli occhi che guardano in varie direzioni. Alcuni studiosi li hanno identificati con i Quattro Evangelisti, altri con dei profeti, ma non esiste nessun documento che lasci intendere qualcosa di preciso, solo il pagamento registrato al 24 febbraio 1443 “per quattro teste”.


A metà del 1500 l'orologio cominciò a dare problemi ed ebbe bisogno di essere riparato, ma anche nei secoli seguenti numerosi furono gli interventi degli orologiai, non ultima la trasformazione del macchinario con un movimento a pendolo. Nonostante nel 1761 fosse ripristinato il meccanismo originale a contrappesi, il quadrante fu comunque modificato da 24 a 12 ore, visto che era entrata in vigore l'ora alla francese, e anche la lancetta venne sostituita. Fortunatamente, una quarantina d'anni fa, un provvidenziale restauro ha sanato l'affresco e riportato l'orologio alla sua Hora Italica. Ma dopo quasi sei secoli di intenso lavoro, il congegno ha avuto nuovamente bisogno di essere rimesso a nuovo per tutta una serie di guasti e difetti dovuti all’usura del tempo. L’Opera di Santa Maria del Fiore ha affidato l'incarico a due dei massimi esperti del settore, i professori Andrea Palmieri e Ugo Pancani, grazie alla sponsorizzazione della maison di alta orologeria sportiva Officine Panerai.
Finalmente l'orologio del Duomo può continuare a stupire con la sua bizzarra lancetta che corre dalle tenebre al ritorno del sole.




















venerdì 13 novembre 2015

Camilla Martelli, la granduchessa mancata.


Cosimo I
Il Granduca Cosimo I, dopo la morte dell'adorata Eleonora di Toledo, non fu più lo stesso. Nonostante fosse ancora abbastanza giovane, non si sentiva più forte e aitante come un tempo e invano cercava di colmare il gran vuoto lasciato dalla moglie con avventurette passionali, malviste dai figli e dalle nuore, la più nota delle quali resta quella con Leonora degli Albizi da cui ebbe un figlio, Giovanni. Precocemente consumato, sempre più irascibile e tormentato dalla gotta e da problemi circolatori, Cosimo dovette mettere fine a quel suo continuo volare di fiore in fiore. Quando nel 1567 conobbe Camilla Martelli capì subito che era quella la donna che gli ci voleva per fermarsi e, dopo appena un anno di fidanzamento segreto e una bimba in arrivo, convolò a giuste nozze, più per mettere a tacere le chiacchiere che per un reale bisogno esistenziale. “Vo' cavare lei e me di peccato” scriveva Cosimo al furibondo figlio Francesco “e chiarire al mondo ch'è mia moglie. Lo fo per la quiete dell'anima e del corpo...”.

Camilla Martelli
Camilla, di soave bellezza e di cortesi maniere, sembrava essere nata apposta per lenire le pene del Granduca e ammorbidire il suo caratteraccio da despota. Era servizievole, affezionata, gentile, ma soprattutto incurante dei molti anni che correvano fra lei e il marito. C'era poi la piccola Virginia a stringere ancora di più quel legame e, chiuso ad ogni rimprovero della sua famiglia, Cosimo continuò ad andare dritto per la sua strada, con la giovane favorita al fianco. Ma Camilla, dopo qualche anno di serena convivenza, cominciò a diventare insofferente e collerica. Forse aveva agognato un futuro da protagonista, ma il marito la costringeva a vivere nell'ombra per non alimentare le antipatie della famiglia Medici, tenendola distante da ogni festa e celebrazione ufficiale. Purtroppo, nonostante l'atto di nozze fosse più che regolare, nessuno la considerava una vera e propria moglie a tutti gli effetti, ma solo una concubina che si era dovuta sposare per chiudere la bocca ai pettegolezzi, particolarmente quella di papa Pio V che aveva espressamente imposto a Cosimo di regolarizzare la sua posizione.
Villa di Poggio a Caiano

Per trovare un po' di riparo dalle tempeste che sconquassavano le loro vite, i coniugi si ritiravano spesso nella villa di Poggio a Caiano, un luogo di armonia e di serenità che più volte aveva rinfrancato l'anima stanca di Lorenzo il Magnifico. Ma anche lì Camilla, almeno a quello che riportavano i maligni servitori, non era lieta., sempre tesa e adirata con il compagno al quale rimproverava di essere assente, debole e musone. Altri testimoni, forse più compassionevoli o di parte, dipingevano invece una scena idilliaca con un continuo susseguirsi di premure e tenerezze tali da non gettare la minima ombra sulla loro felicità.

Il matrimonio di Cosimo e Camilla - Affresco di Casa Martelli


Probabilmente, come sempre, la verità sta nel mezzo. La giovane donna non poteva certo gioire di una vita così tetra e faticosa, disseminata di continue crisi del Granduca, vecchio leone addomesticato dalla malattia, ma ancora pieno di rabbia nel non potere più fare tutto a modo suo. Agli inizi del 1574 le condizioni di Cosimo peggiorarono ulteriormente, divenne quasi muto ed infermo, e nell'aprile dello stesso anno il principe rese l'anima a Dio. Camilla, rimasta sola e senza appoggio, dovette sottostare agli ordini di Francesco I che fece rinchiudere la matrigna nel monastero delle Murate, curata dalle tacite suore che, come lei, passavano la loro giornata “sepolte vive” nella clausura. Ma tante erano le intemperanze dell'indocile ventinovenne, che furono proprio le monache a chiedere di lasciarla andare altrove e fu così trasferita nel convento agostiniano di santa Monica, vicino alla chiesa del Carmine. Nuova casa, vecchio putiferio perché anche qui la Martelli dava in continue escandescenze, urlando notte e giorno che voleva tornare libera per potersi risposare e riscattare la sua infelice esistenza da eterna esiliata.. Finalmente, alla morte del nemico Francesco, Ferdinando I le permise di andare a vivere nella villa di Lappeggi, in aperta campagna. Tutto andò bene per i primi tempi, poi ricominciò il solito finimondo: grida, insulti, nevrosi di ogni genere e poi una follia definitiva, ma così grave e potente da doverla rinchiudere di nuovo in Santa Monica dove si spense, a quasi novant'anni, nella dissennata convinzione di essere stata una delle più amate granduchesse di Firenze.

martedì 3 novembre 2015

L'antica Compagnia del Paiolo




Giovanfrancesco Rustici, valente scultore e pittore del Rinascimento fiorentino, era un uomo eclettico, dalla creatività vivace e inesauribile che riversava non solo nelle sue opere ma anche nella vita di tutti i giorni. Basti pensare che, nel 1512, insieme ad altri undici artisti e poeti, fra i quali Michelangelo, Leonardo da Vinci, Andrea del Sarto, Botticelli, fondò “La compagnia del Paiolo” il cui intento era di sposare l'arte con il cibo attraverso manicaretti scenografici e altrettanto fantastiche tavole imbandite.
Già la scelta del nome parlerebbe da sola, ma per meglio capire lo spirito che animava l'allegro cenacolo leggiamo le parole che lo storico Giuseppe Conti scrisse nel suo libro “Aneddoti e fatti della Storia Fiorentina”: “ … Alle cene ed ai passatempi ciascuno dei dodici componenti poteva condurre fino a quattro persone; ed ognuno aveva l'obbligo di portarsi una cena di sua invenzione; e se si trovava che due avessero avuto lo stesso pensiero, eran condannati ad una pena a piacere del Signore, che era il capo. Questi raccoglieva tutte le cene portate e le distribuiva a suo talento. Appena costituita la Compagnia del Paiuolo, Giovan Francesco Rustici diede una cena ai compagni; e per giustificarne maggiormente il titolo, fece portare nella stanza un tino, che per mezzo di ferri e staffe attaccò per un gran manico al soffitto; e di fuori lo accomodò benissimo con tele e pitture, che rendevan proprio l'idea di un enorme Paiuolo. 


I compagni appena arrivati sulla soglia rimasero sorpresi ed applaudirono a questa bizzarra trovata; ed entrarono ridendo come matti nel tino, dove tutt'intorno c'erano i sedili e nel mezzo la tavola. Lassù dal soffitto, come attaccata al manico, pendeva una bella lumiera, che illuminava l'interno del paiuolo. Quando furono tutti a posto, la tavola si aprì e comparve un albero con molti rami ai quali erano ingegnosamente appesi due piatti colle pietanze per ciascuno invitato. L'albero spariva quando le prime vivande eran finite, e ricompariva via via con altre. Attorno al paiuolo vi erano i serventi, che mescevano preziosissimi vini...".

Di Andrea del Sarto, in particolare, resta famoso un tempio, ispirato al Battistero di Firenze, “ma posto sopra colonne; il pavimento era un grandissimo piatto di gelatina con spartimenti di varii colori di musaico; le colonne, che parevano di porfido, erano grandi e grossi salsicciotti, le base et i capitegli erano di cacio parmigiano, i cornicioni di paste di zuccheri e la tribuna era di quarti di marzapane, nel mezzo era posto un leggio da coro fatto di vitella fredda con un libro di lasagne che aveva le lettere e le note da cantare di granella di pepe e quelli che cantavano al leggio erano tordi cotti col becco aperto e ritti con certe camiciuole a uso di cotte, fatte di rete di porco sottile, e dietro a questi per contrabasso erano due pippioni grossi, con sei ortolani che facevano il sovrano.”.
Il Vasari, nelle sue “Vite” ci racconta che la Compagnia del Paiolo non ebbe però una gran durata, visto che alla fine del Cinquecento la brigata dei cuochi-artisti si era già sciolta. Passarono più di quattrocento anni apparentemente senza attività ma il paiolo fiorentino, che sembrava ormai vuoto e senza senso, continuò a sobbollire silenziosamente e il 18 febbraio 1950 un'altra cerchia di artisti, tra cui spicca il nome di Arnaldo Miniati, che ricalcava le orme di quell'antica del Rustici, presentò al commissariato di pubblica sicurezza di via Sant’Antonino uno Statuto della Compagnia del Paiolo nuovo di zecca che cominciava così: “La Compagnia del Paiolo che oggi sorge a vita, intende promuovere e alimentare un’atmosfera artistica culturale degna delle tradizioni fiorentine” e concludeva, con il tipico spirito arguto nato sotto al Cupolone:

«Gli artigliati del Paiolo voglion questo e questo solo
che chi ha ingegno lo riveli e chi è bischero si celi».